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Come si vince in Iowa

Se c’è una cosa sulle elezioni che si impara fin da bambini, è che conta il risultato. Vince chi ottiene un voto in più degli avversari, e basta: si può vincere o perdere bene o male, ma non ci sono vincitori morali, non ci sono belle e onorevoli sconfitte, soltanto vittorie e sconfitte. L’Iowa è l’eccezione che conferma la regola. Il numero di delegati in palio è troppo basso per essere influente. C’è tutto il tempo per recuperare una sconfitta o per sprecare una vittoria. Niente è definitivo. In Iowa conta quindi fare bene, più del risultato, e fare bene è un concetto un po’ più inafferrabile di una semplice vittoria numerica. Conta come si vince e come si perde. Ai fini della costruzione del cosiddetto “momentum”, cioè dell’ascesa rapida, travolgente e inerziale, per un candidato un secondo posto sorprendente può essere più efficace di una vittoria risicata; il terzo posto di un candidato che sembrava spacciato può dare più spinta del secondo posto di chi doveva vincere. Per questo nelle ultime ore gli staff dei candidati si stanno dedicando soprattutto a una cosa, oltre al fondamentale lavoro di organizzazione dei caucus: determinare le aspettative. Alzarle se si pensa di essere in testa dopo l’ultima curva, abbassarle per limitare i danni o per stupire gli osservatori. Piazzarsi bene importa più del piazzamento nudo e crudo.

In quest’ottica, sono interessanti le cose dette ieri da due candidati repubblicani. Il primo è Mitt Romney, che non ha bisogno di vincere in Iowa per restare il favorito e a cui andrebbe benissimo anche un secondo posto.

«Abbiamo intenzione di vincere»

Se un candidato mette l’asticella così in alto in un posto in cui non è obbligato a vincere, vuol dire che pensa davvero di farcela (gli ultimissimi sondaggi lo danno praticamente alla pari con Paul). Dopo questa frase, se Romney dovesse arrivare secondo in Iowa, quello che poteva essere un risultato normale e tranquillo diventerebbe un po’ più problematico dal gestire sul fronte mediatico, almeno fino al New Hampshire. L’altra frase è di Newt Gingrich, fino a pochi giorni fa candidato favorito in Iowa, che oggi è scivolato in basso e sembra destinato a giocarsi il quarto posto con Rick Perry.

«Non penso che vincerò»

Gingrich mette l’asticella molto in basso, per limitare i danni: per sopravvivere a un quinto posto e per potersi vendere un eventuale quarto posto – o un miracoloso terzo posto – come una grande vittoria. Più che vincere e basta, in Iowa conta convincere gli altri che hai vinto.