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Le carte di Mario Monti

Mario Monti sarà il nuovo presidente del Consiglio, principalmente grazie alla capacità persuasiva di Giorgio Napolitano e al senso di responsabilità di buona parte dei gruppi parlamentari, innanzitutto quelli del Partito Democratico e del Terzo Polo. L’obiettivo di Monti e di Napolitano è che il nuovo governo porti a termine la legislatura, e che quindi abbia la fiducia del Parlamento fino alla primavera del 2013. Già su questo non tutte le forze politiche sono d’accordo, nemmeno tra quelle che dicono che sosterranno il suo governo, ma si tratta di un falso problema, più simbolico che concreto: i governi muoiono alla fine della legislatura oppure quando non hanno più la fiducia del Parlamento, non ci sono accordi e scadenze che tengano.

Poi c’è la questione della composizione dell’esecutivo. Monti ha lasciato intendere più volte che vorrebbe coinvolgere personalità politiche. Chi ha letto le cose che ha scritto in questi anni sa che Monti si è sempre espresso favorevolmente alle cosiddette larghe intese, elogiando la grande coalizione tedesca, ma giudica “non desiderabili” i governi tecnici. Inoltre, Monti pensa probabilmente – e giustamente – che la presenza di personalità politiche nel governo rappresenti per lui una garanzia sulla lealtà del sostegno dei partiti, che altrimenti sarebbero davvero liberi di criticarlo e massacrarlo ogni momento, di usarlo come capro espiatorio e staccare la spina quando faccia loro più comodo. A mio parere Monti su questo punto non dovrebbe cedere: anche perché ha il coltello dalla parte del manico, ancora per poco, e probabilmente non avrà mai più il potere contrattuale che ha adesso.

Il Terzo Polo aspetta e lavora per questa occasione dal 2006, e almeno di questo bisogna dare atto a Casini. Per senso di responsabilità più che per convinzione – ma avercene, comunque, con l’aria che tira – anche il Partito Democratico sarà alleato leale di Monti al governo. In questo momento non si può dire lo stesso del Popolo delle Libertà, che è spaccato: una parte pragmaticamente convinta della necessità di evitare le elezioni, l’altra gradassa e desiderosa di votare subito. Finora questi ultimi sono stati costretti a ingoiare il rospo, e da giorni si consolano diffondendo dichiarazioni schizofreniche e ponendo decine di condizioni al futuro governo: Monti deve ancora giurare e La Russa già non vede l’ora di farlo cadere. Più avanti si andrà e più diventeranno impazienti, probabilmente già dal primo decreto legge.

Cosa succederà dipende allora da Monti e dalla quota di potere contrattuale che riuscirà a mantenere. E questa a sua volta dipenderà dalle cose che Monti farà e dai risultati che otterrà. Da come sarà accolta la formazione del suo governo, innanzitutto. Da come distribuirà i sacrifici e da se saprà alternarli a importanti e popolari misure simboliche. Un governo che mantenga consenso e sostegno popolare può durare a lungo, anche a fronte delle prevedibili complicate trattative politiche che dovrà affrontare. Se poi l’atteggiamento nervoso dei mercati nei confronti dell’Italia dovesse placarsi, gli avversari di Monti si troverebbero privati di un grosso argomento, come ha dimostrato la sgangherata eccitazione di chi ieri quasi gongolava per l’aumento dello spread. A fronte di uno scenario del genere, anche il desiderio di suicidio di parte del PdL potrebbe essere reso inoffensivo: ci sarebbe una scissione, un pezzo di PdL andrebbe col Terzo Polo e finita lì. A fronte di uno scenario diverso da questo, invece, Mario Monti sarebbe particolarmente esposto all’irresponsabile campagna di logoramento di chi dice di sostenerlo ma in realtà vuole solo rimettersi in sesto prima della campagna elettorale. Monti è atteso da un incarico di mostruosa difficoltà – tirare fuori qualcosa di buono da questo parlamento – ma ha delle carte a disposizione. Speriamo le giochi bene.