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Time of my life

Ho firmato il mio primo contratto con un giornale alla fine dell’ottobre del 2008. Ho iniziato a lavorare – all’Unità – lunedì 3 novembre 2008, cioè il giorno prima delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti. Vivevo a Roma da più di un anno ma avevo lasciato la casa in estate, insieme alla laurea specialistica a cui mi ero iscritto, tornando per un po’ a Catania: quando sono stato chiamato dall’Unità, a Roma non avevo un posto in cui stare e quindi ero ospite da amici e parenti. La sera del 4 novembre il giornale mi aveva mandato in un pub dove un corposo gruppo di americani sostenitori di Obama avrebbe seguito lo spoglio, per parlare con qualcuno di loro e scriverne per il sito. Tornato in redazione avevo scritto il pezzo ed ero rimasto lì per la notte, dando una mano alla redazione – per quello che poteva fare l’ultimo arrivato al suo primo incarico in una notte di lavoro particolarmente frenetico – e raccontando lo spoglio su questo blog.

Come si può notare ripescando quel vecchio liveblogging, la cronaca si interrompe poco dopo le 3.30 del mattino, quando i giochi erano quasi fatti ma non ancora fatti fatti. “Qui ci si prende una pausa, si torna tra una mezz’oretta”. Era successo che al giornale si stava smobilitando e la mia fidanzata era fuori in macchina che aspettava che io finissi – sempre per quel particolare di cui sopra, cioè che non avevamo una casa. Esco dal giornale e abbiamo una sola preoccupazione: trovare un posto in cui poter seguire la parte finale dello spoglio. Gli amici da cui possiamo andare abitano tutti troppo lontano dalla redazione oppure non li conosco abbastanza da presentarmi in casa loro alle quattro del mattino, ché mica tutti sono fulminati di politica americana e il giorno dopo la gente normale sarebbe andata regolarmente a lavorare o a lezione. Mi serve Internet, ma non ho un cellulare da usare come modem né mi sembra fattibile appostarmi condominio dopo condominio finché non trovo una rete wireless libera. Decidiamo di spostarci nella zona della stazione Termini, sperando di trovare aperto almeno uno dei molti Internet point e phone center della zona. Ma niente, tutto chiuso. Ci scervelliamo ancora un po’, mentre sono le quattro del mattino e negli Stati Uniti contano le ultime schede elettorali. Facciamo l’unico tentativo possibile negli unici posti provvisti di connessione Internet aperti tutta la notte: gli alberghi. Entro in quattro, cinque alberghi della zona, spiego con qualche sfacciataggine che sono un giornalista, che ho bisogno di collegarmi a Internet urgentemente – una scena da film, raccontata adesso, persino un po’ ridicola – e chiedo se posso utilizzare la loro rete, anche pagando una di quelle indegne tariffe astronomiche per turisti. Ma i turnisti di notte nelle reception degli alberghi sono diffidenti per contratto, probabilmente, e la richiesta deve essergli suonata parecchio insolita: quindi mi dicono che non si può fare, con più o meno educazione. Nel frattempo Sergio – lui sì amico fulminato di elezioni americane – mi manda un SMS per dirmi che Obama ha vinto in Ohio e quindi è fatta, nel vero senso della parola. E io sono in macchina, lontano anche da una banalissima tv.

In questi tre anni ho continuato a fare questo mestiere, da marzo del 2010 vivo a Milano e lavoro al Post. Sono stato a Roma ieri e oggi, per sostenere l’esame orale da giornalista professionista. Perché in Italia la legge – la so! la legge 69 del 1963 – stabilisce che chi vuole esercitare la professione giornalistica debba obbligatoriamente iscriversi all’Ordine dei Giornalisti e sostenere un esame di Stato, al termine di un periodo di praticantato. Ho dormito in un albergo vicino alla stazione Termini, scelto praticamente per caso, e quando sono arrivato la reception mi è sembrata familiare: era uno di quelli in cui ero entrato trafelato la notte fra il 4 e il 5 novembre del 2008, senza una casa e con un lavoro fresco due giorni. Stamattina ho fatto l’esame, è andato bene: per quel che vale, ora sono giornalista professionista. A volte ci sono dei cerchi che si chiudono in modo così perfetto che viene voglia di scriverne da qualche parte.

(per la cronaca, la notte fra il 4 e il 5 novembre del 2008 a un certo punto mi ricordai del pub in cui avevo intervistato gli americani: mi ci fiondai e fu una festa meravigliosa e commovente, come seppe raccontare pochi giorni dopo Zoro – c’era anche lui)