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Ora ci si mette anche Plouffe

Durante la campagna per le elezioni presidenziali statunitensi del 2008, si usava l’espressione Obama no drama per descrivere la capacità dello staff di Barack Obama di evitare guai con i media, dichiarazioni controproducenti, errori, litigate e polemiche pubbliche, leaks di informazioni riservate e delicate. Obama no drama. I teorici e i responsabili di questa dottrina erano David Plouffe e David Axelrod, all’epoca rispettivamente manager e stratega della campagna elettorale.

Oggi David Plouffe è senior advisor del Presidente alla Casa Bianca. Rispondendo a una domanda sulla disoccupazione, durante un’intervista, Plouffe ha detto che secondo lui l’americano medio non andrà a votare pensando a quanto dice il numerino del tasso di disoccupazione o quanto dice quello del prodotto interno lordo, bensì pensando alla sua condizione, a quanto pensa sia migliorata o peggiorata, a quanto pensa che il Presidente abbia fatto per lui. È un argomento sensato e tutt’altro che scandaloso, anche se incompleto, ma i repubblicani hanno avuto gioco facile a scagliarsi contro Plouffe, dargli dell’insensibile, chiedere le sue dimissioni e confezionare spot così.

Facile come rubare le caramelle a un bambino. Importa fino a un certo punto che Plouffe potesse avere ragione: la stessa cosa doveva essere detta in un modo che non esponesse la Casa Bianca ad attacchi di questo tipo. Per i quali, tra l’altro, Plouffe è un obiettivo perfetto: abbastanza sconosciuto da non avere sostegno popolare e abbastanza vicino al Presidente da non permettere di derubricare la sua dichiarazione a piccola gaffe di un impiegato qualsiasi. Plouffe non si dimetterà, questa piccola bufera passerà e siamo troppo lontani dal voto perché possa incidere. Ma il guaio rimane, e che l’abbia fatto il principale artefice della dottrina Obama no drama ci spiega una volta di più quanto la campagna per il 2012 sarà più complicata ed equilibrata di quella del 2008.