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Il partito senza candidati

John McCain, il vincitore delle primarie repubblicane del 2008, aveva formato un comitato esplorativo – il primo passo di una candidatura a presidente – il 15 novembre 2006: due anni esatti prima delle presidenziali, una settimana dopo le elezioni di metà mandato. Mike Huckabee e Mitt Romney, suoi principali sfidanti, si candidarono rispettivamente il 28 gennaio 2007 e il 3 gennaio 2007. Nello scorso ciclo elettorale, quando alle presidenziali mancavano diciannove mesi, i repubblicani potevano già contare su dieci candidati credibili: praticamente tutti tranne uno, Fred Thompson, la cui pessima campagna fu condizionata proprio dal fatto di avere cominciato troppo tardi. Oggi, a diciannove mesi dalle prossime elezioni presidenziali negli Stati Uniti, i candidati credibili che hanno fondato un comitato esplorativo sono due, Newt Gingrich e Tim Pawlenty, e il primo dei due non ha ancora realmente deciso se candidarsi o no. Gli altri papabili ci stanno ancora pensando, bloccati da uno scenario politico ingolfato.

Dal giorno dell’elezione di Obama, infatti, all’interno del partito repubblicano è cresciuta a dismisura l’influenza dei cosiddetti tea party, cioè dell’area più conservatrice e populista del partito. Le elezioni di metà mandato hanno visto molti politici repubblicani moderati e istituzionali essere superati e battuti alle primarie da politici più estremisti e spesso alle prime armi, sostenuti da una minoranza molto rumorosa e molto organizzata capace di esercitare grande influenza sulle scelte del partito. Poco importa se poi molti di questi candidati alle elezioni vere sono stati sconfitti, come Sharron Angle in Nevada o Joe Miller in Alaska: altri sono andati bene – Rand Paul in Kentucky, Marco Rubio in Florida, Michele Bachmann in Minnesota – e l’ala più moderata e centrista del partito non sembra essere ancora uscita dall’angolo.

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