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Ma lo chiamano “psiconano”, almeno?

Da venerdì leggo in giro commenti su Silvio Forever, il documentario su Berlusconi diretto da Roberto Faenza e scritto da Rizzo e Stella, molti dei quali infastiditi o addirittura irritati. Io credo troverò sempre qualcosa di meglio da fare che pagare otto euro per sentire Berlusconi parlare un’ora e mezza, ma mi interessa sapere che genere di film è, se è bello, se è brutto, se è noioso, se è interessante, se ci sono cose nuove, se ha ritmo, se è fatto bene o no. Non l’ho capito. La maggioranza assoluta dei commenti che ho letto misura il proprio apprezzamento sulla base della violenza o della benevolenza con cui gli autori hanno trattato il premier e, in ultima istanza, sugli effetti che questo film potrà avere o non avere sull’opinione pubblica. Il ragionamento che vedo fare in giro, semplificando, è questo: è un film che non fa male a Berlusconi, quindi non mi è piaciuto.

È una deriva vecchia e nota: è lo stesso meccanismo che ancora oggi, nell’anno 2011, provoca risate a crepapelle per le battute sull’altezza di Berlusconi. Lo stesso meccanismo per il quale tutti se la prendono con Emilio Fede perché storpia i cognomi dei nemici di Berlusconi ma pochi provano lo stesso fastidio per Travaglio quando fa lo stesso con Berlusconi e i suoi alleati (magari sfottendoli per alcune loro caratteristiche innate, cosa che a sinistra si può fare solo con Berlusconi). Oggi ne scrive molto bene il solito Francesco Piccolo sull’Unità.

Un buon segnale di cosa sia diventata la sinistra è dato dalla reazione al documentario Silvio forever. Non darò un giudizio sul film, perché è proprio questo il problema: quando si parla di Berlusconi, non esiste più un giudizio di valore. Per un film, per un programma di informazione, e anche per un monologo comico, dovrebbe essere il giudizio più importante; ma ormai si pratica soltanto una forma di giudizio che valuta il grado di violenza verso Berlusconi. Esiste una larghissima maggioranza di gente di sinistra che sa apprezzare soltanto la forza di contrapposizione e di critica violenta e netta, visibile, frontale. La militanza antiberlusconiana vale di più della qualità di un’opera di qualsiasi genere. La valutazione ideologica e di parte ha sostituito la valutazione critica. E di conseguenza, quando si parla di Berlusconi o dell’Italia di questi anni, il gradimento è valutato sulla base della nettezza, della contrapposizione, del sarcasmo, del disprezzo. Più l’opera è violenta, più è valida.

Ovviamente, ogni opera frontale, netta, chiara ­ ogni opera perfettamente condivisa da chi si aspettava di vedere quello che vede ­ è per forza di cose impersonale, scontata, probabilmente mediocre; di sicuro mai sorprendente, e che non spinge a fare alcuna riflessione. Quindi, le uniche posizioni che non fanno indignare giornalisti, militanti e spettatori di sinistra, sono quelle che confermano senza sfumature le posizioni che tutti già avevano. Tutto quello che li rassicura anche stavolta.