Francesco CostaWhen in trouble, go big

Francesco Costa

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Cose che penso della riforma della Giustizia

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11/03/2011

Penso che la separazione delle carriere sia un principio di basilare trasparenza ed equità, ed è sorprendente che questo fatichi a essere compreso soprattutto da chi di solito sembra più attento a denunciare potenziali conflitti di interessi, rapporti ambigui e opachi tra controllori e controllati: la separazione delle carriere è una battaglia della migliore sinistra liberale che è stata tragicamente regalata alla destra becera di Berlusconi. I processi e i giudizi decidono della vita delle persone: nessuno sa cosa vuol dire finché non ci finisce dentro, in un modo o in un altro. I ruoli di pubblico ministero e di giudice sono molto diversi e il fatto che questi due incarichi non possano essere intercambiabili, il fatto che il giudice e il pubblico ministero non possano essere due colleghi che lavorano nello stesso ufficio da vent’anni, non nuoce all’indipendenza né dell’uno né dell’altro: è semplicemente una garanzia dell’equità del processo, dello stato di diritto. Questo non perché si presume che giudici e pm siano dei farabutti in combutta ma perché in un paese libero l’istituzione di provvedimenti preventivi di garanzia e trasparenza, in circostanze così delicate, è un’opportuna consuetudine.

Penso che la separazione dei CSM ne sia una diretta e ovvia conseguenza. Penso che il fatto che il CSM si limiti ad amministrare la carriera dei magistrati, gestendo promozioni, trasferimenti, assunzioni, assegnazioni, eccetera, risponda semplicemente a quanto esplicitamente stabilito dall’articolo dall’articolo 105 della Costituzione. Il fatto che il CSM sia diventato una specie di parlamento che rilascia risoluzioni e pareri su qualsiasi cosa, ecco, quello è stato fatto al di fuori del mandato costituzionale, che questa legge ripristinerebbe. Penso sia una buona cosa anche l’autonomia della polizia rispetto ai pm, se la legge ordinaria farà sì che sia vera autonomia.

Penso che il fatto che i membri dei due CSM siano per metà espressione della magistratura e per metà eletti dal Parlamento (non «espressi dai potenti»: eletti dal Parlamento) rimetta in equilibrio una situazione di squilibrio tra i poteri dello Stato, visto che fino a questo momento i magistrati avevano la maggioranza dei due terzi. Penso che destinare la sezione disciplinare del CSM a un nuovo organo, anch’esso composto per metà da magistrati e per metà da membri eletti dal Parlamento, possa contribuire a rendere meno farsesco l’autogoverno della magistratura, in cui nessuno è mai ritenuto responsabile di niente, ma non credo che basti. La responsabilità civile dei magistrati mi sembra un altro principio di buon senso: non vedo perché io possa citare in giudizio qualsiasi persona che ritengo mi abbia fatto un torto, qualsiasi, tranne un pubblico ministero. Poi si fa un processo, con tutte le sue garanzie: non lo fa Ghedini, lo fanno altri magistrati, sulla base della legge. Com’è che dicono quelli: se il magistrato ha fatto tutto per bene, non ha nulla da temere.

Penso che sia bene che l’azione penale continui a essere obbligatoria e penso che non ci sia nulla di male a indirizzarla: la legge stessa prevede che ci siano dei reati più gravi degli altri, mi sembra semplice buon senso pensare che a fronte dell’intasamento delle procure e della necessità di stabilire una priorità, i reati più gravi debbano essere perseguiti con maggiore urgenza. I criteri sulla base dei quali indirizzare l’azione penale non sono ancora noti, visto che saranno determinati con una legge ordinaria, e quindi vedremo se saranno sensati o no. Penso però che la riforma non faccia quasi niente per affrontare il problema dall’altro lato, cioè dal lato della semplificazione amministrativa e della riduzione della durata dei processi.

Dico quasi perché una cosa la fa, in questo senso: stabilisce dei criteri – anche questi con legge ordinaria, anche questi quindi ancora da vedere – sulla base dei quali alcune sentenze di assoluzione sono appellabili dai pm e altre no. Un principio fondamentale delle leggi vigenti stabilisce che il giudice debba condannare l’imputato solo se lo ritiene colpevole “al di là di ogni ragionevole dubbio”. Il fatto che in relazione a un presunto reato l’imputato sia stato già una volta indagato, processato, giudicato e assolto, mi sembra sia abbastanza da costituire un ragionevole dubbio. Ovviamente mi aspetto che la legge ordinaria stabilisca che l’appello sia impugnabile se ci si dovesse imbattere in nuovi e significativi elementi di prova.

Penso che questa riforma, per quanto certamente “epocale”, si perda per strada alcune cose molto importanti. Ho già scritto della semplificazione amministrativa e della durata dei processi. Restano fuori anche la gigantesca questione delle carceri, la riforma delle leggi sulla carcerazione preventiva, le misure incentivanti delle pene alternative e sostitutive alla detenzione e soprattutto la depenalizzazione di una serie di reati assurdi (tipo quelli introdotti dalla legge Giovanardi).

Penso che molto del buono che c’è in questa riforma finirà inevitabilmente inficiato e compromesso da quattro cose: il fatto che il suo promotore è un uomo che non ha mai dimostrato il minimo sincero interesse al miglioramento della qualità della Giustizia in questo paese, e invece di fare riforme epocali ha promosso leggine per risolvere i suoi personali problemi; il fatto che negli ultimi quindici anni, di riflesso, i suoi oppositori politici hanno legato mani e piedi le proprie posizioni sulla Giustizia a quelle dei magistrati, tanto che ieri non si distinguevano le dichiarazioni degli uni da quelle degli altri; il fatto che certamente nel centrodestra non mancheranno i parlamentari più realisti del re che cercheranno di infilare qualsiasi sconcezza nelle leggi ordinarie che completano la riforma; il fatto, soprattutto, che questo disegno di legge e la sua opposizione siano parte di una battaglia politica più grande e totale, che non prevede compromessi, non prevede ragionamenti e non prevede prigionieri. Penso che per queste ragioni sia alquanto improbabile che questa legge, in questa forma, sia approvata e confermata dal referendum, e penso che questo sia un peccato.

Penso, quindi, che questa riforma non sia uno stravolgimento golpista, che non sia punitiva, che non sia violenta, che non sia illiberale, che non sia pericolosa. Penso che questa legge sia tutto meno che una legge ad personam, e questa più che una mia opinione è un fatto: la riforma non incide sui procedimenti in corso. Penso che non sia perfetta, che le manchino dei pezzi e che quei pezzi possono migliorare o peggiorare la sua qualità complessiva, ma penso che quello che abbiamo davanti adesso sarebbe un gigantesco miglioramento per lo stato della Giustizia italiana. Penso che, per questo motivo, se ne dovrebbe parlare molto, bisognerebbe sfinirsi di proposte e dibattiti, e penso che questo non accadrà. E penso invece che fare le barricate davanti a provvedimenti di buon senso sia per la sinistra un danno gigantesco: le aliena molti elettori, soprattutto tra quelli potenziali, e le aliena soprattutto qualsiasi possibilità di fare una riforma seria della Giustizia, nell’eventualità sempre più remota in cui dovesse vincere le elezioni.

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