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Il solito novembre

La particolare forza centripeta esercitata storicamente in questo paese dai movimenti studenteschi fa sì che ogni volta che un governo di centrodestra discute una riforma sull’università o sulla scuola l’opposizione parlamentare si schiera sulle posizioni dei collettivi universitari, cioè di gruppetti di ispirazione marxista con idee piuttosto superficiali e obsolete, felpe del Che e molti megafoni. Due anni fa ci fu la cosiddetta “Onda”: settimane di coloratissime manifestazioni che portarono alla produzione di una “bozza di autoriforma dell’università” che semplicemente faceva ridere e a un Partito Democratico che, nel disperato tentativo di inseguire la piazza, annunciò con gran clamore addirittura un referendum abrogativo (poi ovviamente non se ne fece nulla: era una cazzata).

Ora ci risiamo, puntuali come sempre, e abbiamo di nuovo i collettivi universitari in piazza e l’opposizione parlamentare con la bocca spalancata che si fa dare la linea da ventenni che urlano slogan di trent’anni fa. Nel PD, a microfoni spenti, dicono che sì, è vero, ma c’è il governo che traballa, non è il momento, bisogna approfittare di queste proteste. Sempre la stessa storia: per chi non sa cosa fare del presente e del futuro, il momento giusto non c’è mai, di certo non c’è mai stato negli ultimi quindici anni. C’è sempre un’altra battaglia più grande che richiede che si dicano cose imprecise, demagogiche o sbagliate, tra l’altro con la conseguenza di plasmare un elettorato che vuole cose imprecise, demagogiche o sbagliate. Oggi Irene Tinagli sulla Stampa spiega quale dovrebbe essere la posizione di un partito progressista o aspirante tale sulla riforma universitaria, una posizione moderna, dignitosa e di seria opposizione. Certo, bisognerebbe rinunciare al romantico rito di ogni novembre.