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La crisi dei giornalisti

Di scioperi di giornali e giornalisti ce ne sono diversi ogni anno, per le ragioni più disparate. Quello del Corriere di oggi e domani non fa eccezione, ma la lettera di Ferruccio De Bortoli ai giornalisti ha il merito di mettere in evidenza quella che è indiscutibilmente una delle maggiori cause della crisi di qualità e innovazione del giornalismo italiano e della chiusura ermetica e corporativa di molti che fanno questo mestiere: e dico indiscutibilmente perché lo sa chiunque abbia lavorato per qualche mese nella redazione di un grande quotidiano. I giornali sono ancora dei bellissimi posti in cui lavorare, ma salvo rarissime eccezioni le cose funzionano esattamente così.

Non è più accettabile che parte della redazione non lavori per il web o che si pretenda per questo una speciale remunerazione. Non è più accettabile che perduri la norma che prevede il consenso dell’interessato a ogni spostamento, a parità di mansione. Prima vengono le esigenze del giornale poi le pur legittime aspirazioni dei giornalisti. Non è più accettabile che i colleghi delle testate locali non possano scrivere per l’edizione nazionale, mentre lo possono tranquillamente fare professionisti con contratti magari per giornali concorrenti. Non è più accettabile l’atteggiamento, di sufficienza e sospetto, con cui parte della redazione ha accolto l’affermazione e il successo della web tv. Non è più accettabile, e nemmeno possibile, che l’edizione Ipad non preveda il contributo di alcun giornalista professionista dell’edizione cartacea del Corriere della Sera. Non è più accettabile la riluttanza con la quale si accolgono programmi di formazione alle nuove tecnologie. Non è più accettabile, anzi è preoccupante, il muro che è stato eretto nei confronti del coinvolgimento di giovani colleghi. Non è più accettabile una visione così gretta e corporativa di una professione che ogni giorno fa le pulci, e giustamente, alle inefficienze e alle inadeguatezze di tutto il resto del mondo dell’impresa e del lavoro.