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«Quanta pazienza, con questi dilettanti…»

Dopo aver letto il mio post sul duello Marini-Di Pietro, su Friendfeed qualcuno ha giustamente chiesto: chi è che non andrebbe sotto con Di Pietro? Chi accetterebbe lo scontro? La questione non è retorica ed è sensata, in primo luogo perché sarebbe complicato per chiunque dibattere in piazza con un demagogo efficace come Di Pietro senza utilizzare i suoi strumenti. In secondo luogo perché – considerati i rischi – purtroppo è piuttosto complicato trovare in giro nel PD politici disposti a misurarsi con una simile sfida (esclusi ovviamente quelli più vicini verso le posizioni e gli atteggiamenti di Di Pietro, che quindi non avrebbero ragioni per sfidarlo).

Quindi, chi? Io ho risposto che ci avrei messo D’Alema. E non perché consideri D’Alema la persona alla quale il PD dovrebbe affidarsi per ricostruire il suo profilo, la sua linea politica e le sue intenzioni, bensì per ragioni di efficacia cinematografica – se Scontro Finale deve essere, che lo sia per davvero – e per altre di mera superiorità tecnica: perché mi sembra che D’Alema sia ancora il più attrezzato dialetticamente e retoricamente per dibattere con Antonio Di Pietro giocandosela senza fare figuracce, anche davanti a una platea ostile. Lo penso non solo per via della nota e difficilmente opinabile abilità dialettica di D’Alema – il problema, semmai, è che gli è rimasta solo questa – ma anche perché ci sono dei precedenti, disciamo.

Nel 2002 D’Alema partecipò a un incontro pubblico con i leader dei Girotondi al Palazzo dei congressi di Firenze. Presiedeva l’incontro il professore Francesco “Pancho” Pardi, che all’epoca diceva che non sarebbe mai sceso in politica e qualche anno dopo sarebbe finito – per sbaglio, evidentemente – in Senato nel gruppo dell’Italia dei Valori (voltagabbana! venduto! la poltrona! la pensione!). L’aria non era così diversa da quella di oggi, per chi se la ricorda: c’erano i Girotondi, appunto, c’era stato il Palavobis, l’urlo di Moretti e insomma, il clima era quello solito da resa dei conti tra la sinistra e la societacivile. D’Alema partecipò a quell’incontro con un pubblico dichiaratamente ostile, e se li mangiò. Purtroppo non si trovano video in giro – era un’altra epoca – ma ho trovato il racconto che ne fece per il Corriere della Sera Gian Antonio Stella, certo non un cronista di orientamento dalemiano.

«Io sottoscritto, cane puzzolente e criminale, mi pento… ». Per carità: nessuno, neppure i docenti fiorentini che fecero ruzzolare il primo sassolino della sinistra-fai-da-te venuto giù fino a diventare la valanga che rischia di travolgere i vertici dell’ Ulivo, si aspettava che stasera Massimo D’Alema venisse a ripetere pubblicamente la formula spaventosa imposta agli operai della fabbrica d’ armi di Tula che s’eran ribellati al partito. L’obiettivo, però, era chiaro e dichiarato: Sua Altezza Altezzosa doveva fare autocritica.

Ci voleva fegato, a venire. A esporsi alla requisitoria di Paul Ginsborg, di «Pancho» Pardi e di quel popolo rosso che aveva il mal di pancia davanti alla brutalità professionale delle analisi, delle tesi e delle operazioni dalemiane quando erano vincenti e oggi, traumatizzato della sconfitta, è venuto con una gran voglia di fischiare. Un altro, forse, sarebbe stato colto all’ultimo istante da un’improvvisa malore gastrico. Lui no. Troppo orgoglioso, troppo sicuro delle proprie idee, troppo convinto di essere il vero leader della sinistra per non accettare la sfida. Così, tirato al centro dell’arena, ha ruggito e morso e azzannato senza cedere un solo miserabile millimetro.E che arena! Non ce n’era un’altra, in giro, che avesse il significato simbolico di questo palazzo dei congressi di Firenze. Un auditorium con poche centinaia di sedie, occupato e poi cinto d’ assedio da migliaia di persone già un paio d’ore prima del «processo», nel cuore della città che forse più di tutte fu teatro dei trionfi di quello che era il re altero e stizzoso del partito. Qui Mario Primicerio, il vecchio sindaco, aveva dichiarata morta con amaro sarcasmo la stagione dei sindaci presi dalla società civile dopo la celebre battuta dalemiana: «Io non conosco questa cosa, questa politica, che vien fatta dai cittadini e non dalla politica». Qui l’allora presidente del Consiglio aveva ospitato Bill Clinton e i leader dell’«Ulivo mondiale» offrendo una mitica cena che ruotava intorno a un trancio di ragno con ravioli di finocchio al profumo d’arancio di Vissani. Qui, nel palazzo dello sport che ospitava gli Stati Generali della sinistra, si era lasciato sfuggire quella boutade acidissima: «Ho portato alla vittoria una sinistra che si emozionava, organizzava feste, distribuiva volantini, cucinava tortellini ma perdeva».

Certo non apprezzava, il popolo rosso venuto qui stasera, quella sua passione per gli «chef-à-penser», quella sua scelta di farsi fotografare mentre raccoglieva con la paletta la cacca del cane e di vantarsi di essere arrivato «terzo su quarantadue alla Baltic Cup» e di conquistare Bruno Vespa con un risotto e un consiglio da esperto di passarelle Pitti Uomo: «Ho capito che il Muro di Berlino era definitivamente crollato quando al momento di entrare in studio mi sono sentito dire da D’Alema: “Sai che a te starebbe bene un finto tre bottoni?”». Ed è dura, oggi, venire a farsi processare. Levare le braccia in segno di saluto mentre i fotografi mitragliano con i flash e decine di giovani alzano i cartelli con scritto «D’ Alema, dì qualcosa di sinistra». Dura sorridere mentre una ragazza leva un manifesto: «In dov’eri per il G8? In barca?». Certo, ci son tanti diessini che, siano o no qui in funzione di claque, battono le mani. Ma l’atmosfera è tesissima. Fischi, urla, barriti. E «buuh! buuh! buuh!».

Paul Ginsborg ce la mette tutta, per incanalare la serata tra i binari di un dibattito cortese. E scivola cardinalizio sulle vocali larghe, lamenta quasi sottovoce «mancanza di scelte di campo precise», timidezza, carenza di analisi… Quando però parla di «politica autoreferenziale, verticistica, lontana dalla società civile» e denuncia l’errore di alcuni «compromessi sui principi che non si potevano fare», gli occhi di tutti vanno a lui, il compagno presidente, concentratissimo su un origami. E l’accusa, alla fine, arriva morbida ma diritta: «Massimo ha un’idea pessimista della realtà italiana. Pensa che questa, se lasciata sola può combinare dei guai».

Lui ascolta, si sistema gli occhialetti, risponde incurante dei fischi e delle urla che lo interrompono. Riepiloga percentuali elettorali (strilli: «Non siamo numeri!»), spiega che «in Italia non credo ci sia un regime anche se condivido alcune preoccupazioni» («Vergogna!»), si dispiace di non piacere a tutti («Smettila!»), dice che «c’è un’ accusa ingiusta che non ha il minimo fondamento: noi non abbiamo fatto compromessi su nulla». Non una parola su Nanni Moretti, non una sul PalaVobis, non una sull’accusa di cesarismo, non una sulla distanza dei vertici dalla base… E via via che parla, indifferente a chi gli grida «basta! tempo scaduto», la platea si spacca, si frantuma, si polverizza. E la serata s’avvita così, tra accuse e fischi, lagne e rimbrotti sempre più aspri ma sempre più impotenti. E man mano che il processato mostra di non avere nessunissima intenzione di starsene contrito alla sbarra, gli accusatori si incasinano e farfugliano e si impappinano e si accorgono con sgomento che tutte le parole e le accuse che avevano in mente non riescono più a buttarle fuori e perfino il professor Pardi, che Moretti propose quale leader dell’Ulivo, inciampa qua e là: come una matricola: «Scusate, ho di nuovo perso il filo». Lui ascolta, prende appunti, si sistema gli occhialetti, si prepara a concedere perfino due parole di autocritica, contiene qualche sbadiglio. Quanta pazienza, con questi dilettanti…