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Un presidente esternatore

Per quanto negli Stati Uniti ci si stiano aggrovigliando da settimane, non ci sono molte posizioni possibili nella questione della costruzione della cosiddetta “moschea di Ground Zero”. Si tratta di una decisione che ha che fare con alcuni basilari principi di democrazia e stato di diritto, proprio con quei principi che la politica e la società statunitense hanno storicamente dimostrato di possedere e padroneggiare senza divisioni di partito paragonabili a quel che avviene in altri paesi europei, per non parlare dell’Italia: la libertà religiosa, l’uguaglianza tra i cittadini, il divieto per il governo di intervenire in cose che non lo riguardano direttamente.

Non esistono ragioni degne di un paese libero per negare ai promotori del centro culturale islamico di costruire quello che vogliono costruire ovunque lo vogliano costruire, dal momento che il loro progetto soddisfa i requisiti stabiliti dalla legge. E questo ovviamente non vuol dire che la costruzione di una moschea o di un tempio induista vicino Ground Zero o in qualsiasi altro posto sia una cosa auspicabile, ma tant’è: un paese libero non discrimina tra i veneratori di Allah e quelli di Totti e quelli di Gesù Cristo.

Nonostante ciò si è scatenato un gran casino, complici vari fattori. C’è il sentimento xenofobo nei confronti degli immigrati, molti di questi musulmani, alimentato dall’estrema destra. Ci sono appunto i fuori di testa dei tea party che si sono praticamente impadroniti del partito repubblicano, con risultati disastrosi per gli stessi repubblicani. Ci sono le elezioni di metà mandato alle porte e un pugno di democratici con i seggi che traballano e poca spina dorsale. Ci sono poi quelli della cosiddetta “professional left”, vedi per esempio uno come Howard Dean: gente che una volta scomparso Bush ha perso la ragione della propria esistenza politica, e ha capito che adesso per farsi intervistare ogni tanto da Msnbc serve dire nero ogni volta che Obama dice bianco.

Poi c’è Obama. Non troverete un solo democratico in tutti gli Stati Uniti disposto a dire che Obama ha fatto tatticamente bene a prendere posizione nella storia della moschea – ci sono le elezioni tra poco, gli americani la pensano in un’altro modo, un tema locale è diventato nazionale, eccetera – ma la verità è che Obama ha fatto benissimo. Ha fatto bene perché era giusto, e in America un presidente ha anche la responsabilità di dire qualcosa in casi come questi: guidare il Paese. Nella sua gratuità suicida – nessuno gli aveva chiesto di prendere posizione, né tantomeno lo avrebbe preteso – si è trattato dell’ennesima dimostrazione che Obama non è l’astuto e freddo calcolatore dipinto da qualcuno: è uno che se pensa di poter fare una cosa utile e giusta la fa, anche se il resto del mondo gli dice che farebbe meglio a non cercar grane. Insomma: bravo.

Però non basta. Da un presidente non si vuole semplicemente che ci racconti quello che pensa. Meno che mai da uno come Obama, che a lungo ha dimostrato di essere efficace nella persuasione come pochi altri politici negli ultimi quindici anni. Non si prende posizione su una cosa politicamente radioattiva come il dibattito sulla moschea con una dichiarazione di cinque righe estrapolata da un discorso fatto nello Studio Ovale ai leader della comunità islamica in occasione dell’inizio del Ramadan. Il tutto per poi fare una precisazione il giorno dopo, con una battuta a un giornalista. When in trouble go big, no? Se vuoi fare testimonianza e raccontarci come la pensi, può bastare; se vuoi fare il tuo mestiere, cambiare il paese, dettare l’agenda, essere decisivo, serve qualcosa in più. A un politico non basta avere le idee migliori e più giuste, se non si pone il problema di creare consenso attorno a quelle idee. Se uno esterna e basta diventa Cossiga, con la differenza che Cossiga non doveva tentare di sopravvivere a un referendum sul suo conto ogni due anni.

La pessima gestione di questo episodio dovrebbe preoccupare la Casa Bianca molto più delle elezioni di metà mandato (dovessi scommetterci, direi che i democratici conserveranno la maggioranza sia alla camera che al senato) ed è probabilmente la conferma ufficiosa della fine della permanenza di Rahm Emanuel come capo dello staff – in attesa di quella ufficiale, alla fine dell’anno.