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Il partito shakerato

Questo articolo è stato scritto e pubblicato dieci giorni fa, ma me l’ero perso. Lo metto qui adesso: il tono lo tradisce, ma i contenuti sono ancora perfettamente attuali.

Il delicato equilibrio raggiunto dal PD durante il congresso potrebbe essere sul punto di cambiare. Se il fronte che sostiene Bersani rimane più che compatto, infatti, non si può dire lo stesso di chi il congresso lo ha perso. Al centro di questi movimenti c’è Dario Franceschini, che nei giorni scorsi si è detto favorevole a un “governo di emergenza”. Una svolta non da poco per l’ex segretario del PD, che soltanto una settimana fa, a Cortona, aveva chiuso la porta a ogni “inciucio” ribadendo che “il bipolarismo è una conquista che non si tocca”. Lo stesso Veltroni era stato ancora più chiaro: “Casini ha in testa un’altra cosa: la tradizione politica dei due forni”.

La svolta di Franceschini non è che il più visibile degli effetti del rimescolamento dell’opposizione interna a Bersani. Area Democratica, salvo qualche cane sciolto, è composta dai popolari e dai veltroniani, schieratisi con Franceschini dopo le dimissioni dello stesso Veltroni da leader del PD. Benché conditi da critiche e borbottii, gli ammiccamenti che i popolari lanciano ai bersaniani sono frequenti e quotidiani. I toni minacciosi e le improbabili minacce di scissione servono a dare visibilità a una richiesta che Franco Marini formulò già in assemblea nazionale, e che più volte è stata ribadita da quel momento in poi: i popolari vogliono un vicesegretario, la cosiddetta “gestione plurale” non basta. Bersani non ha né la voglia né il bisogno di assecondare questa richiesta, ma basta questo a mettere in difficoltà Franceschini, che di fatto è schiacciato: da una parte ha la dimostrazione evidente del fatto che i popolari – dei quali lui, una volta, era il punto di riferimento – marciano ormai per conto loro; dall’altra parte non potrebbe comunque unirsi alla richiesta di Marini e Fioroni, proprio lui che di Bersani è stato agguerrito avversario fino a pochi mesi fa.

Il ritorno in campo di Veltroni complica ulteriormente la situazione, togliendo a Franceschini le truppe che aveva ereditato durante il suo mandato alla segreteria del PD. Da qui la svolta: piuttosto che rimanere schiacciato e isolato, Franceschini ha preferito fare un passo in avanti e smarcarsi. Una decisione facilitata dal fatto che le forti critiche di Veltroni a Bersani non hanno avuto l’eco preventivato: non hanno smosso i palazzi, non hanno dato inizio a polemiche e articoli sui giornali, non hanno scalfito il fronte che sostiene il segretario.

La discussione sulle primarie è un altro indicatore di questo genere di movimenti, e aggiunge anzi un dettaglio in più. La proposta iniziale puntava a ridimensionare l’utilizzo delle primarie rendendole di fatto facoltative; una successiva revisione ha ammorbidito la norma – ora le primarie sono la prima opzione, ma basta il sessanta per cento dei voti assembleari per evitarle – lasciando però intatta una conseguenza che ad Area Democratica non dispiace più di tanto, visto che rende proibitiva qualsiasi candidatura terza rispetto alle due aree di maggioranza e concede ai popolari un ulteriore strumento di contrattazione nei confronti di Bersani.
È significativo, inoltre, che la proposta finale sia stata sottoscritta da tutte le aree del PD, compreso l’ex responsabile nazionale della mozione Marino, Michele Meta.

In questo quadro di singolare “bipolarizzazione” del PD, infatti, vanno viste anche le presenze a Cortona di diversi esponenti della terza forza venuta fuori dal congresso. Sembra che un pezzo del variegato schieramento che sostenne la candidatura di Marino al congresso – il pezzo meno movimentista e più d’apparato, la sinistra romana portata in dote da Bettini – potrebbe rompere le righe col resto della corrente e comportarsi come lo stesso Bettini fa da mesi: giocare da battitore libero, stringere rapporti più complici con Area Democratica. Un rimescolamento completo, quindi: quando si fa un congresso dividendosi sulla base delle appartenenze e delle rivalità storiche, piuttosto che sulle idee, basta un soffio di vento per rimettere tutto in discussione.

(per Liberal, 19 maggio 2010)