Questo sito contribuisce alla audience di IlPost

In direzione ostinata e contraria

In questi giorni finalmente si sta parlando seriamente di Slow Food, ed era ora. L’occasione è il bel libro di Luca Simonetti (edizioni Pagliai), che consiglio davvero. Sul Post trovate un bel po’ di roba; qui sul blog mi limito a sottolineare due cose.

La prima è che di Slow Food – e delle cose che dice – si deve parlare molto seriamente: non si tratta semplicemente di pasta al pomodoro. Anche questo lo spiega bene Simonetti, ricordando come alle ultime elezioni politiche le proposte di Slow Food – sviluppo delle filiere corte, lotta alla “biopirateria”, rafforzamento dell’agricoltura biologica, eccetera – erano nei programmi di tre dei principali partiti italiani. Dal punto di vista politico culturale Slow Food ha stravinto la sua battaglia, diventando un soggetto gigantesco e molto influente: una ragione in più per accertarci con scrupolo della bontà delle sue proposte.

La seconda cosa è relativa alla tanto esaltata “agricoltura tradizionale” – che non esiste, spiega Simonetti – e ai danni giganteschi che potrebbe provocare la diffusione del cosiddetto “modello Slow Food”. Robert Paalberg scriveva così ieri su Foreign Policy:

In Europa e negli Stati Uniti si va diffondendo una corrente di pensiero che si oppone all’utilizzo di fertilizzanti testati e a un più efficace inserimento nei mercati internazionali dei prodotti agricoli. Scrittori, opinionisti e celebrità molto influenti lo ripetono come un mantra: in futuro il “cibo sostenibile” dovrà essere biologico, locale e slow. Indovinate un po’, però: l’Africa rurale adotta già un simile sistema, e non funziona. Pochissimi contadini africani usano prodotti chimici, quindi il loro cibo è di fatto biologico. Il costo elevato dei trasporti li costringe a comprare e vendere i loro prodotti solo localmente. E la coltivazione dei prodotti è dolorosamente lenta. Il risultato non è affatto esaltante: il reddito medio di ogni persona si aggira intorno al dollaro al giorno e un bambino su tre soffre di malnutrizione.

Anche di questo parla Simonetti nel suo libro.

Sull’aumento della produzione agricola, poi, Slow Food ha ben poco da proporre. Il che non sorprende, visto che il movimento è fermo nella convinzione che il problema della fame del mondo non sia dovuto a una sottoproduzione. Questo tuttavia è in insanabile contraddizione con la pretesa, già vista, di imputare alla green revolution di non aver saputo risolvere il problema della fame nel mondo. Perché delle due l’una: o la produzione è pari al fabbisogno, e allora non è vero che l’agricoltura moderna ha fallito il suo compito; oppure la produzione è insufficiente già oggi, e ancor più lo sarà domani, sicché diviene urgente spiegare in che modo intervenire per aumentarla. Tutto ciò a Slow Food non interessa. Il suo obiettivo, come ha più volte chiarito, è sostituire la qualità alla quantità (“Ci siamo troppo abituati al cibo a buon mercato. E abbiamo bisogno di mangiare cibo di migliore qualità, ma meno. Ci sono problemi di obesità perché la gente non lo capisce […]. Così l’obiettivo non è far sì che costi meno. L’obiettivo è mangiare meno”). Che si tratti di una posizione antistorica e classista ce lo ricorda uno studioso [Montanari] che certo non può essere accusato di preconcetta ostilità verso il movimento:

…solo la fantasia, o l’interesse, dei pochi privilegiati ha potuto partorire immagini di povertà felice, di una frugalità (quella dei più) lietamente contenta di sé. E sarà anche vero che mangiar poco fa bene; ma solo a chi mangia molto (o almeno, può mangiare molto) è consentito pensarlo. Solo una lunga esperienza di pancia piena può giustificare il brivido di un appetito tenuto a freno. Gli affamati, quelli veri, hanno sempre desiderato riempirsi a crepapelle.