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Usa 2012

Ora parliamo delle elezioni presidenziali americane del 2012. Troppo presto, dite? No, visto che la campagna elettorale per le primarie inizia tra sei mesi. Ne parliamo fondamentalmente per spiegare perché in questo momento i repubblicani sono davvero messi male. Sì, guadagneranno sicuramente un bel po’ di seggi al congresso alle elezioni di novembre, e questo metterà in difficoltà Obama per qualche mese. Ma non è affatto scontato che i democratici perdano la loro maggioranza al congresso e, soprattutto, al momento le possibilità che i repubblicani trovino un candidato alle presidenziali con credibili capacità di vittoria sono pochissime. Per tre ragioni.

La prima è che a oggi i probabili candidati alle primarie repubblicane del 2012 sarebbero già stati a loro volta sconfitti alle primarie del 2008: Mitt Romney, Mick Huckabee, Ron Paul. Sì, la storia è piena di candidati che al secondo tentativo vincono le primarie e arrivano alla Casa Bianca, ma questo non sembra essere il caso di questi tre: Romney a novembre avrebbe qualche chance, ma è praticamente impossibile che vinca le primarie; Huckabee può tranquillamente vincere le primarie ma a novembre sarebbe battuto da Obama anche con una mano dietro la schiena; Paul è destinato a squagliarsi non appena si farà sul serio, e nel 2012 avrà ben 77 anni: è fuori dai giochi.

La seconda è che le eventuali candidature inedite non sembrerebbero risolutive. Sarah Palin potrebbe stravincere le primarie ma sarebbe travolta a novembre, e probabilmente non è interessata a un’altra corsa presidenziale. Stesso discorso per Newt Gingrich, che in più è anche un reperto archeologico (è l’ex presidente della camera degli anni di Clinton). L’unico capace di mettere insieme le due caratteristiche – capacità di vincere alle primarie e a novembre – è Jeb Bush, ammesso che voglia candidarsi, ma il suo cognome rappresenta davvero un grosso problema. Un altro Bush? Un terzo Bush? Ci credo poco.

La terza ragione è che in questo momento il partito repubblicano è monopolizzato ed egemonizzato dalla sua frangia più estremista e conservatrice. C’è un fenomeno piuttosto noto e fisiologico, per cui quando un partito perde le elezioni per qualche mese ne beneficiano coloro che al suo interno propongono un ritorno alle origini, alle parole d’ordine del passato, alla tradizione. E’ una cosa vista un milione di volte, anche in Italia. Nel caso dei repubblicani americani, però, quello che era un fenomeno passeggero è diventata una patologia cronica: e un partito governato dai tea party non ha una possibilità che sia una di vincere le elezioni a novembre. Il primo esempio lo abbiamo avuto alle elezioni suppletive dello scorso novembre, quando la lotta tra la repubblicana Scozzafava e l’ultraconservatore Hoffman finì per consegnare la vittoria al democratico Owens. Ma allora la destra aveva due candidati, e se hai due candidati col maggioritario perdi di sicuro. Il secondo esempio è ben più significativo. Una delle corse più interessanti in vista delle elezioni di metà mandato si sta svolgendo in Florida, dove tra i repubblicani si contendono un seggio al senato il governatore Charlie Crist, moderato e popolare, più volte in odore di candidatura alla Casa Bianca, e Marco Rubio, idolo degli ultraconservatori e dei tea party. Beh, da mesi Rubio sta surclassando Crist sotto ogni punto di vista: i risultati della raccolta fondi sono imparagonabili, gli ultimi sondaggi in vista delle primarie repubblicane gli danno un vantaggio di quasi trenta punti. Quando però prendiamo in considerazione l’intero elettorato, la musica cambia: ed ecco che si scopre – sempre stando ai sondaggi – che Crist a novembre avrebbe maggiori possibilità di battere il candidato democratico, rispetto a Rubio, e che se si candidasse come indipendente li batterebbe entrambi (infatti ci sta pensando). Non c’è dimostrazione più plastica di questa.

Tutto può succedere da qui ai prossimi due anni e mezzo, quindi non valga come un pronostico, ma la mia sensazione è che finché il partito repubblicano sarà in mano alla sua frangia più populista e conservatrice, la Casa Bianca resterà saldamente democratica.