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Liberi tutti

Ragionavo sul pronunciamento della Corte Costituzionale sul matrimonio gay atteso per oggi – Ivan Scalfarotto racconta la giornata in diretta qui –  e ho fatto un pensiero piuttosto ovvio: che nel paese ideale è il Parlamento e non la Corte Costituzionale ad affrontare e risolvere questo tipo di questioni, e che nonostante questo è legittimo, comprensibile e tutto sommato giusto che davanti alla pavidità della politica chi si vede negato un diritto si rivolga ad altre istituzioni dello stato, con tutti i rischi che questo comporta. Primo tra tutti quello che oggi la Corte rigetti l’appello con delle motivazioni particolarmente restrittive sui profili di costituzionalità del matrimonio omosessuale, rendendo proibitivo un percorso già particolarmente impervio.

Perché si tratta di un percorso impervio è noto: considerata l’attuale composizione del Parlamento italiano e le posizioni politiche dei maggiori partiti italiani, sembra essere piuttosto lontano il giorno in cui un partito di medie dimensioni inserirà il matrimonio gay nel proprio programma, anche tra quelle forze di sinistra i cui omologhi europei e occidentali hanno propugnato e spesso ottenuto simili riforme in giro per il mondo, in Regno Unito e in Spagna, in Canada e in Svezia, in Norvegia e in Olanda. Perché? Fatta salva la parte di persone che pensa che si tratti semplicemente di una cosa sbagliata (spesso con alcun argomento che non sia la tradizione), moltissimi altri allargano le braccia come a dire: vorrei ma non posso. Perché si tratta di posizioni politiche impopolari, perché è rischioso, perché bisogna andarci piano, perché il paese non è pronto: perché fa perdere voti.

Vorrei dire, ecco, che non è così. Anzi, in realtà il concetto è ancora più semplice: vorrei dire che non esiste in Italia una percentuale significativa di elettori – per significativa intendo superiore al 4 per cento, tra destra e sinistra – che in ultima istanza decide quale partito votare sulla base delle sue posizioni – le sue, e quelle dei partiti – in materia di laicità dello stato. Attenzione: non sto dicendo che non ci siano (io stesso ne conosco tantissime). Non sto dicendo che è una cosa giusta o sbagliata, buona o preoccupante. Ovviamente non sto dicendo nemmeno che non si tratti di temi importanti. Sto semplicemente prendendo atto di un fatto: che non contano niente.

(e quindi?, direte voi. Ci arrivo al quindi, un attimo di pazienza)

Mi sembra ci siano diversi elementi a sostegno di questa tesi. Sebbene la laicità dello stato sia un tema piuttosto sentito dagli elettori di centrosinistra, e il Partito Democratico su questo fronte abbia sempre avuto posizioni ambigue e incerte, ove non apertamente conservatrici, non si è mai registrata una fuga di elettori, nemmeno minima, verso partiti dalle posizioni più definite. Anzi, il contrario: tutti i partiti dal posizionamento più chiaro su questi temi (Rifondazione, Comunisti Italiani, Verdi) hanno perso progressivamente terreno – ovvero voti – proprio a vantaggio del Partito Democratico, nonostante le sue posizioni incerte e ambigue, ove non apertamente conservatrici. Gli esperimenti politici nati esplicitamente per drenare voti al Pd su questo fronte – penso soprattutto a Sinistra democratica e ai Socialisti di Boselli – sono stati dei clamorosi buchi nell’acqua. I Radicali hanno praticamente sempre gli stessi voti. Insomma: non esiste una percentuale significativa di elettori che decide che partito votare sulla base delle sue posizioni in tema di laicità dello stato. E’ un criterio, ovviamente, ma non è mai l’unico e non è mai nemmeno il più importante. Lo ripeto per evitare obiezioni sciocche: non sto dicendo che è giusto così. Sto dicendo che è così, che ci piaccia o no. Va da sé che questo non accade per una particolare attrattiva dell’identità complessiva del Pd, che invece in questi mesi di voti ne ha persi parecchi e principalmente a causa di un’altra sua mancanza, evidentemente percepita dai suoi elettori come molto più importante e – quella sì – cruciale: l’antiberlusconismo. E infatti alle ultime elezioni europee si è registrato un flusso basso ma significativo di elettori passati dal Pd all’Idv.

Ci sono altri elementi a favore di questa tesi. Guardiamo dall’altra parte. Di Berlusconi si dice sempre di quanto sia attento ai sondaggi, e di quanto gli orientamenti generali della maggioranza degli italiani condizionino le sue scelte. Poi parte lancia in resta contro Beppino Englaro e la sua richiesta condivisa dalla grandissima maggioranza degli italiani – l’81 per cento! – e non paga alcun prezzo in termini di consenso e popolarità. Com’è possibile? Possibile: non esiste una percentuale significativa di elettori che decide che partito votare sulla base delle sue posizioni sulle cose che hanno a che fare con la laicità dello stato, i diritti civili, i cosiddetti temi etici.

Altro esempio: secondo i sondaggi il 26 per cento degli italiani sarebbe a favore di una modifica in senso restrittivo della legislazione sull’aborto in Italia. Poi arriva una lista che fa di questo tema una bandiera e prende appena lo 0,3 per cento. Un centesimo. Perché? Perché non esiste una percentuale significativa di elettori che decide che partito votare sulla base delle cose che hanno a che fare con la laicità dello stato.

Un altro esempio ancora: negli anni Settanta e Ottanta il Partito Radicale si batteva insieme alla maggioranza degli italiani su temi come il divorzio o l’aborto. E quanti voti prendevano alle elezioni, persino dopo le storiche vittorie referendarie? L’1 per cento nel 1976, il 3 per cento nel 1979, il 2 per cento nel 1983. Perché? Perché non esiste una percentuale significativa di elettori che decide che partito votare sulla base delle cose che hanno a che fare con la laicità dello stato.

Questo vuol dire una cosa fondamentale: non si vincono le elezioni grazie a posizioni coraggiose e moderne sulla laicità dello stato. E’ una cattiva notizia? Boh, forse. Però c’è anche la notizia buona: che vale anche il contrario. Non si perdono le elezioni a causa delle proprie posizioni coraggiose e moderne sulla laicità dello stato. Destra e sinistra fanno sempre un gran baccano per sperare di guadagnarci qualcosa – gli uni accusano gli altri di essere degli illiberali da Medioevo, gli altri accusano gli uni di essere dei pericolosi senzadio – ma tutto sommato, alla fine della fiera, non gliene frega quasi niente a quasi nessuno. Per lo meno non gliene frega abbastanza da decidere chi votare sulla base di questo. Quindi: liberi tutti. Ci sono delle aree in cui la politica deve guidare la società ma evitando strappi, senza correre troppo: in fondo parliamo sempre dell’arte del possibile. Ma le cose che hanno a che fare con la laicità dello stato non rientrano in questa categoria. Quindi discutiamone alla luce del sole, senza sciocchi timori elettorali. Cosa è giusto? Cosa vogliamo? Sgombriamo il tavolo dall’argomento – ormai diventato alibi – per cui il paese non sarebbe pronto; il paese, in fondo, se ne infischia.