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Pass the damn bill

Siamo arrivati a un altro punto di svolta, forse l’ultimo, nel lungo e accidentato cammino della riforma sanitaria. La camera dei deputati si appresta a votare entro la fine della prossima settimana la legge già approvata dal senato (cioè questa): il rinvio di una visita di Obama in Indonesia prevista per lo stesso periodo è indicativo di quanto la Casa Bianca si aspetti un esito positivo del voto e quindi, finalmente, una legge approvata da entrambi i rami del congresso sulla scrivania dello studio ovale. Sembra che i voti alla camera ci siano, anche grazie a un accordo per cui immediatamente dopo l’approvazione del testo attuale ci si metterà al lavoro a un pacchetto di norme sul budget ulteriormente migliorative, da far passare al senato con maggioranza semplice tramite la reconciliation. Diciamo così, allora: è probabile che la riforma passi, è certo che se qualcosa dovesse andare storto la riforma è definitivamente morta. Intanto un paio di giorni fa Paul Krugman – certo non un sostenitore entusiasta di Obama e della sua amministrazione – la metteva così:

So what’s the reality of the proposed reform? Compared with the Platonic ideal of reform, Obamacare comes up short. If the votes were there, I would much prefer to see Medicare for all. For a real piece of passable legislation, however, it looks very good. It wouldn’t transform our health care system; in fact, Americans whose jobs come with health coverage would see little effect. But it would make a huge difference to the less fortunate among us, even as it would do more to control costs than anything we’ve done before. This is a reasonable, responsible plan. Don’t let anyone tell you otherwise.