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Il gatto, il topo, la piazza

Visto il risultato non esaltante ottenuto dal decreto salva liste (riammessa la lista Formigoni, ancora bocciata la lista Pdl a Roma) più di qualcuno nella sede del Pd inizia a convincersi che la manifestazione indetta frettolosamente per sabato 13 possa rivelarsi inutile o addirittura controproducente. Marco Follini lo ha detto esplicitamente – «Lasciamo la piazza a Berlusconi e prendiamo noi le urne» – molti altri lo pensano e lo ammettono a mezza bocca.

Dal punto di vista politico e mediatico una prova di forza, di fatto, non è più necessaria: il decreto interpretativo è già stato pubblicato in Gazzetta ufficiale, i tribunali amministrativi hanno preso le loro decisioni riguardo le situazioni in Lombardia e Lazio. Insomma, non ci sono risultati concreti da chiedere e sperare di ottenere attraverso una grande mobilitazione di piazza. Dall’altra parte, la decisione del Pdl di rispondere con un’altra manifestazione sabato 20 potrebbe indebolire la percezione della protesta da parte degli elettori e i suoi effetti in vista delle elezioni regionali, mentre l’atteggiamento riottoso e polemico dell’Italia dei Valori rischia seriamente di trasformare l’intera operazione in un gigantesco autogol. Una manifestazione nata per protestare contro il comportamento del governo, infatti, si ritorcerebbe immediatamente contro il Pd se solo Di Pietro dovesse ripetere dal palco di piazza del Popolo uno a caso tra i giudizi affibbiati nei giorni scorsi da lui o dai suoi compagni di partito al capo dello Stato – «correo», «da impeachment», «come Vittorio Emanuele III», «avalla il Piano di rinascita democratica di Gelli» – o a quegli «ipocriti perbenisti» del Pd che hanno deciso di non criticare Napolitano per la sua decisione. Davanti al rischio concreto che il momento di maggiore difficoltà della maggioranza dall’inizio della legislatura diventi l’ennesima ragione per litigare, da giorni al Nazareno si discute di come evitare che la mobilitazione di sabato 13 si trasformi una trappola.

Le attenzioni di tutti sono inevitabilmente puntate sul palco di piazza del Popolo e sulla piattaforma della manifestazione. Diverse le soluzioni su cui si è ragionato nelle ultime ore: sia Franceschini che lo stesso Bersani avevano inizialmente parlato della possibilità che i leader di partito lasciassero il palco a esponenti della società civile o altri dirigenti di partito maggiormente graditi dalla piazza, come la presidente del Pd Rosy Bindi. Per alcune ore si è fatta concreta anche l’ipotesi di far parlare dal palco solo i candidati alle regionali, spostando così l’assetto generale della manifestazione dalla protesta per il decreto salvaliste alla campagna elettorale in vista delle amministrative. «Non sarà una manifestazione di protesta», aveva dichiarato Bersani nel primo pomeriggio di ieri, «ma di proposta centrata su democrazia, lavoro e legalità». Il leader Idv però non ha raccolto, anzi: ha approfittato della discussione sul legittimo impedimento per rivolgersi ancora una volta al capo dello Stato – «Se si cade in troppi tranelli viene meno anche la buona fede» – e ha ribadito di non avere alcuna intenzione di restare in silenzio sabato pomeriggio. «Sabato parlerò eccome, nessuno potrà mai impedirmelo», ha dichiarato il leader Idv a Klaus Davi. «Vorrei ricordare a chi nutre dubbi sulla mia presenza che ho lanciato io la manifestazione, ho prenotato io la piazza dopo aver avuto l’idea, ho convocato le persone, predisposto i pullman, coordinato la logistica. E adesso vorrebbero che non parlassi? Un leader politico se non parla in una simile occasione, quand’è che dovrebbe assumersi la responsabilità di farlo?».

Davanti all’assenza di un qualsiasi spiraglio per lavorare sulla scaletta della manifestazione, l’oggetto delle trattative è diventato la piattaforma politica, da far sottoscrivere in modo vincolante a tutti coloro che vorranno aderirvi, così da chiarire preventivamente i nodi politici ed eliminare il rischio che qualcuno sul palco si faccia trascinare eccessivamente dalla folla. Proprio la piattaforma è stata oggetto di un’intensa riunione pomeridiana il cui esito, a giudicare dalle dichiarazioni immediatamente successive, sembrerebbe essere stato positivo. «C’è una piattaforma comune e tutti si atterranno ad essa», ha detto Bersani, «che attribuisce al governo la piena responsabilità delle norme contestate». Negli stessi minuti arriva simile rassicurazione da parte del leader Idv: «Ci appelliamo al capo dello Stato perché stanno stracciando la Costituzione, ma noi andiamo in piazza contro Lucifero-Berlusconi che sta uccidendo la democrazia».

Caso chiuso, quindi? Non proprio. Pochi al Nazareno pensano che alla fine Di Pietro si lascerà scappare l’occasione di strigliare il Pd davanti a una piazza affollata e arrabbiata, e alcuni iniziano già a mettere le mani avanti. «Se la manifestazione dovesse deragliare lungo i rivoli dell’insulto al Capo dello Stato, della aperta contestazione a chi non ha una concezione giustizialista e forcaiola della democrazia», ha dichiarato il deputato Pd Giorgio Merlo, «sarà bene che gli esponenti Pd si dissocino già durante la manifestazione stessa. Senza indugi, senza tentennamenti e senza equivoci del giorno dopo». La risposta di Bersani a chi gli chiede se lascerà la piazza in caso di offese a Napolitano è lapidaria – «Escludo ipotesi del genere» – ma è certo che nei prossimi giorni si lavorerà ancora molto per limare gli attriti e far sì che la «manifestazione unitaria» di piazza del Popolo sia unitaria per davvero.

(per Liberal di oggi, pagina 4)