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Ma perché? Perché no

Io lo so che questo paese è diverso da molti dei suoi omologhi occidentali e, pur con qualche eccezione, le sue classi dirigenti e molti dei suoi abitanti non brillano per illuminazione e coraggio. Osservando alcuni fatti occorsi negli ultimi tempi, però, mi sembra che la sua povertà culturale abbia una sua singolarità e sia persino peggiore di come si possa temere dandovi solo uno sguardo superficiale. Vi faccio qualche esempio, minuscolo e recente, ma ce ne sarebbero decine e a voi stessi ne verranno in mente degli altri. I dirigenti della Rai hanno deciso di escludere un cantautore dal festival di Sanremo quando questo ha detto di farsi di cocaina e lo ha detto senza battersi il petto. Un conduttore televisivo è stato allontanato dalla tv pubblica perché ha raccontato di aver mangiato dei gatti. La Figc ha stabilito che i calciatori che bestemmiano durante una partita di calcio devono essere espulsi e squalificati.

Le ragioni di queste decisioni bizzarre e surreali non rispondono ad alcuna logica, nemmeno a una logica sbagliata o discutibile, anche perché non si capisce perché – mentre in tv si friggono pezzi di mucche morte o si mangiano gli scarafaggi – dire di aver mangiato un gatto non è nemmeno inopportuno ma addirittura vietato, o perché la presenza di Morgan in tv è inopportuna ma quella di Irene Grandi no. Per non parlare della religione, ché lì il discorso si farebbe ancora più lungo: la mia fede religiosa è la Roma, e ogni volta che vado allo stadio mi sento umiliato e ferito: perché è vietato offendere la mamma di Gesù ma non quella di Totti?

Ora, al di là dei fatti di questi giorni, a me sembra che dietro questo genere di decisioni non ci sia tanto un preciso e compiuto pensiero oscurantista o censorio, bensì un riflesso istintivo e incondizionato, guidato in modo vago e acritico un giorno dal bigottismo e il giorno dopo dal politicamente corretto, un giorno dal tradizionalismo e il giorno dopo dalla scimmiottamento di questo o quel luogo comune. La reazione pavloviana di una classe dirigente povera di strumenti culturali, che rinuncia alla sua funzione pedagogica quando farebbe bene a esercitarla e la esercita in modo sciocco e coercitivo quando dovrebbe invece dimostrare apertura e coraggio. Qualche giorno fa Marco Campione faceva un discorso simile riguardo il Partito Democratico e il suo continuo incappare in trappole, errori e contraddizioni. Se sei un partito politico, infatti, il fatto di non avere posizioni politiche ma solo reazioni pavloviane ti rende prevedibile e inefficace. Lo stesso ragionamento vale per moltissimi altri casi. Se sei una persona chiamata a prendere delle decisioni, finisci per prendere decisioni come quelle sopra. Se sei un insieme di persone, diventi una società conservatrice, pavida, ipocrita e razzista senza nemmeno sapere il perché, un popolo che non riesce ad articolare un pensiero se non attraverso un luogo comune. Schiavi della banalità e quindi, per converso, attratti in modo pruriginoso e irresolubile dalla passione morbosa e trasversale per il complotto, per il gossip, per il retroscena, per tutto quello che si fa ma non si dice e che però «tanto lo sanno tutti».

Si tratta di una deriva preoccupante, anche perché sposta la discussione pubblica su un piano diverso da quello della persuasione, degli argomenti, della razionalità, sul quale dovrebbe muoversi il percorso culturale e politico di una società sana, e opera questo spostamento in un modo ben più rilevante e massiccio di quanto non accada in altri paesi moderni. In Italia le cose si muovono sempre di più su un piano improvvisato, inafferrabile e scivoloso, e questo rende il loro cambiamento un’impresa ancora più faticosa e improba.