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Tutto in una notte

Se un mese fa qualcuno avesse detto a Obama che la sua intera agenda legislativa avrebbe vacillato a causa di un’elezione suppletiva, difficilmente sarebbe stato preso sul serio. Se poi gli avessero detto che quell’elezione si sarebbe tenuta in Massachusetts, uno degli stati più di sinistra del paese, allora la previsione avrebbe davvero avuto del paradossale. Purtroppo per i democratici, però, non si tratta di una boutade; è tutto vero.

L’incubo dei democratici è l’elezione suppletiva che si terrà domani in Massachusetts, per eleggere il successore al seggio lasciato vacante dalla morte di Ted Kennedy. Si sfidano la democratica Martha Coakley, procuratore capo dello stato, e il repubblicano Scott Brown, 50 anni, membro del senato statale. Il risultato sembrava scontato: stato blu per eccellenza, il Massachusetts non elegge un senatore repubblicano da oltre cinquant’anni e quattordici mesi fa Obama vi trionfò col 62 per cento dei consensi. Nelle ultime settimane, però, qualcosa si è incrinato. I sondaggi hanno registrato la rimonta di Brown, che ha recuperato lo svantaggio e si è portato addirittura avanti di qualche punto. Un testa a testa che potrebbe risolversi in un risultato impressionante dal punto di vista simbolico – un repubblicano sul seggio già di John e Ted Kennedy? – e determinante dal punto di vista politico, per gli effetti che potrebbe avere sulla tenuta dell’amministrazione Obama e dei democratici al congresso. Le ragioni dell’incubo sono da ricercare in una serie di fattori convergenti: l’affluenza alle elezioni suppletive, tradizionalmente molto bassa; lo scarso appeal della candidata liberal; il momento generale di sofferenza dei democratici e la grande mobilitazione dell’ala più conservatrice del partito repubblicano.

Una vittoria di Brown genererebbe una catastrofica reazione a catena. Per prima cosa priverebbe i democratici di un seggio al senato, togliendo loro la supermaggioranza che finora gli ha permesso di evitare l’ostruzionismo dei repubblicani. Senza un blocco di 60 voti, infatti, la minoranza ha la possibilità di prolungare all’infinito il dibattito, logorando la maggioranza e rallentando l’agenda dell’amministrazione. La prima vittima sarebbe inevitabilmente la riforma sanitaria, attesa dall’ultimo passaggio al congresso. Senza il voto del senatore del Massachusetts i democratici potrebbero essere costretti a misure estreme: forzare la camera a votare l’unico testo già approvato dal senato senza apportare alcuna modifica, o spacchettare la riforma in più provvedimenti, così da aggirare l’ostruzionismo grazie a una procedura chiamata reconciliation. La sconfitta avrebbe effetti devastanti anche nel lungo termine: l’arrivo di un repubblicano sul seggio dei Kennedy darebbe alla destra la possibilità di aprire nel migliore dei modi la campagna elettorale verso le elezioni di metà mandato. Obama correrebbe il rischio concreto di vedere affondare la riforma sulla quale ha investito il suo primo anno alla Casa Bianca e si troverebbe costretto a schiacciare su questo tema il discorso sullo stato dell’unione previsto per i primi giorni di febbraio, che il presidente voleva invece utilizzare per lanciare un’offensiva sulla disoccupazione e l’economia.

Per questa ragione, i democratici stanno correndo ai ripari. Obama ieri ha annullato ogni impegno ed è volato a Boston per una serie di comizi, la stessa cosa ha fatto nei giorni scorsi l’ex presidente Clinton. Movimenti e associazioni in tutto il paese hanno iniziato a martellare di telefonate gli elettori democratici per convincerli a recarsi alle urne. Quello che sembrava il più scontato dei turni elettorali rischia di trasformarsi in una completa disfatta: il voto di domani terrà col fiato sospeso molti elettori, anche fuori dal Massachusetts.

(per l’Unità di oggi, pagina 20)