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Votanti della domenica

Domani si vota in Ucraina e in Cile. Quello in Ucraina è il primo turno delle presidenziali. È abbastanza sicuro il passaggio al secondo turno di Viktor Yanukovich – la cui elezione nel 2004 generò un’ondata di proteste che si concluse solo con la ripetizione del voto e la sua sconfitta – e Yulia Tymoshenko, attuale primo ministro. Il presidente Yushenko ha completamente dilapidato il suo capitale di consensi: cinque anni fa vinse con il 53 per cento dei voti, oggi i sondaggi lo vedono oscillare tra il 3 e il 5 per cento. Le ragioni di questo crollo stanno in un cambiamento che non è mai arrivato, nel crollo dei sogni e delle aspettative della cosiddetta “rivoluzione arancione” e nel cinico disincanto che ne è seguito. Sia chiaro, cinico e giustificato: la corruzione non ha incontrato alcun freno, la situazione politica è sempre più instabile e la crisi economica ha avuto effetti devastanti. Non è mancato poi, lungo tutti questi cinque anni, il continuo contributo della Russia in termini di invadenza e logoramento: dai rapporti commerciali con l’estero fino alla questione energetica, Mosca ha fatto di tutto per far pesare la sua influenza e molti si chiedono quale sia il suo candidato favorito a questo giro. La logica vorrebbe una preferenza nei confronti di Yanukovich, ma i rapporti di Tymoshenko con Mosca sono molto più distesi e frequenti di quanto siano quelli dell’attuale presidente, e tutti hanno ormai ben chiaro che la Russia ha il coltello dalla parte del manico e quindi è bene non farla incazzare. Insomma, la normalizzazione della politica ucraina ha di fatto depotenziato l’effetto di questa tornata elettorale, come sostiene l’Economist di questa settimana.

Whoever wins will preside over a country saddled with a sick economy, staggering corruption, business oligarchs’ vested interests and a constitutional deadlock that does not define clearly the responsibilities of the president and prime minister. If Ms Tymoshenko wins, she may be able to buy enough deputies from Mr Yanukovich’s Party of Regions to avoid a fresh parliamentary election. If it is Mr Yanukovich, a parliamentary election in a few months’ time is almost inevitable. Either way, this presidential election is unlikely to yield the things that Ukrainians want most: political stability, responsible policies and economic security. It may just produce more business for vote sellers.

In Cile siamo invece al momento decisivo. Secondo turno delle presidenziali, si sfidano il conservatore Sebastián Piñera e il candidato della Concertación Eduardo Frei. Gli ultimi sondaggi vedono Piñera avanti di cinque punti ma negli ultimi giorni Frei ha ottenuto l’atteso e un po’ riottoso sostegno di Ominami (giunto terzo al primo turno, col 20 per cento dei consensi) e la gara è di fatto un testa a testa. La vittoria di Piñera – che rimane molto probabile – avrebbe certamente un grande significato simbolico, trattandosi della prima vittoria della destra dalla fine della dittatura, e infatti con l’avvicinarsi delle elezioni la coalizione al governo da vent’anni ha più volte agitato lo spettro di Pinochet. L’asso nella manica del centrosinistra – ha scritto il Financial Times – è la situazione del paese, che resta positiva e che è alla base della grande popolarità di Michelle Bachelet.

Chile is emerging vigorously from recession, forecasting 5 per cent growth in GDP this year, close to the annual average of the past two decades. Public finances are robust, the budget deficit is negligible, absolute poverty has been reduced from 38 per cent of Chileans in 1990 to close to 10 per cent, and Chile this week became the first South American country to join the Organisation for Economic Co-operation and Development. That is not just in recognition of its economic governance but the climate of freedom fostered after the trauma of dictatorship.