Regioniamo

Alcuni appunti sulle elezioni regionali, sullo stato dell’arte nel centrosinistra e su cosa c’è in gioco per il Pd e per il paese. Li ho scritti più per me che per il blog, in ogni caso li metto qua, secondo me possono essere utili.

Per capire quello che sta succedendo in queste ore attorno al Pd e alle regionali ed esprimere delle opinioni sensate è necessario fare un passo indietro e tornare al 2005. Le scorse elezioni regionali hanno rappresentato – numericamente e politicamente – il più grande successo del centrosinistra nella seconda repubblica: più significativa della vittoria alle politiche del 1996, facilitata dalla rottura dell’alleanza tra Lega e Berlusconi; più travolgente della modesta vittoria alle politiche del 2006. Il centrosinistra vinse in dodici regioni sulle quattordici in gioco, superando il centrodestra ovunque meno che in Lombardia e in Veneto e schiantando il suo governo, che andò incontro a una grave crisi nelle settimane successive. I fattori che contribuirono a quel successo furono tanti. In primo luogo una maggioranza di centrodestra arrivata alla sua fase terminale, dopo oltre quattro anni di governo, e logorata quotidianamente dagli strappi dell’Udc. In secondo luogo, e in modo speculare, la grande mobilitazione degli elettori di sinistra. In terzo luogo la presenza di alcune candidature che per quanto oggi possano sembrarci discutibili, allora furono particolarmente azzeccate: Marrazzo in Lazio, Vendola in Puglia, in qualche modo lo stesso Loiero in Calabria. Il risultato fu incredibile ma anche nell’enormità di quella vittoria alcuni dati ci danno la misura di quanto quel risultato sia irripetibile: la faccia pulita e affidabile di Marrazzo riuscì a battere la pessima amministrazione di Storace di appena 3 punti percentuali. Simile distacco fu inflitto in Piemonte da Marcedes Bresso a Enzo Ghigo. Vendola, poi, vinse di appena lo 0,6 per cento. È sufficiente il buon senso, quindi, per capire come anche nella migliore delle ipotesi, il risultato di queste regionali non può che essere una sconfitta per il centrosinistra: il clima politico di queste settimane è abissalmente diverso da quello di cinque anni fa e in alcune regioni – Campania, Lazio, Puglia – le amministrazioni uscenti sono state minate da scandali di vario tipo. Si vota in tredici regioni: undici oggi governate dal centrosinistra e due – le solite Lombardia e Veneto – governate dal centrodestra. Per non fare avanzare il centrodestra rispetto al 2005, il centrosinistra bisognerebbe vincere nuovamente in tutte quelle undici regioni. Non è possibile.

L’asticella è troppo alta, quindi, e le condizioni sono tutto meno ideali. Sono queste, più che quelle di lungo periodo, le ragioni che hanno spinto il Pd a cercare dappertutto un’alleanza con l’Udc. Esistono naturalmente delle ottime ragioni per ritenerla una scelta strategica sbagliata, per come sta logorando e prolungando i tempi di decisione e per come queste alleanze a macchia di leopardo, oltre a non essere comprese dagli elettori, possono rendere ancora più complicata la ricerca di un’alleanza nazionale, se la si vorrà fare, tra tre anni. Soprattutto, anche approvando la scelta di cercare queste convergenze, ci sono molte ragioni per criticare il modo erratico con cui questa strada è stata percorsa, finendo per mostrare in alcune regioni il peso scarso o nullo di vertici di partito eletti durante la fase congressuale di appena pochi mesi fa. Bisogna dire però che esistono anche delle ragioni per sostenere l’opportunità di questa ricerca dell’Udc. Se c’è una speranza di evitare il disastro, infatti, l’alleanza con l’Udc è cruciale: eccetto in Lombardia e forse in Veneto (il forse si deve all’indecisione di Galan), con l’Udc ce la si può giocare praticamente dappertutto. Senza l’alleanza si rischierebbe di perdere praticamente ovunque meno che in Toscana ed Emilia Romagna. Appare evidente come le conseguenze politiche di un tale apocalisse sarebbero gigantesche. Sul fronte del centrodestra l’attentato a Berlusconi e il contemporaneo inizio della campagna elettorale hanno placato scontri e frizioni interne che non sono affatto scomparse: attorno a Fini, attorno a Tremonti, attorno alla Lega. La prima conseguenza di una loro vittoria schiacciante alle regionali sarebbe il consolidamento e il rafforzamento di un governo molto più pericolante di quanto sembri. La seconda sarebbe la mazzata fortissima e forse definitiva sul Pd e sulla neonata leadership di Bersani, a seguito della quale ricomincerebbero polemiche non dissimili da quelle che seguirono alla sconfitta di Veltroni nel 2008, con le tragiche conseguenze che conosciamo. È bene quindi sapere che chiudere del tutto la porta all’Udc vuol dire decidere che al Pd e al centrosinistra serve l’ennesima gravissima batosta, magari con la speranza che sia il colpo di grazia sulle attuali classi dirigenti. Ammesso che non finisca per essere controproducente, anche e soprattutto per il paese, di questo si tratta: molti lo fanno in ottima fede, ma pensare o dire che oggi il Pd e il centrosinistra possono far bene – o addirittura meglio – anche senza l’Udc è pensare o dire una cosa semplicemente falsa.

La linea di Bersani in questo senso era chiara e in qualche modo scontata, visto che il segretario del Pd è giustamente interessato a conservare la sua leadership e il suo peso politico. Rimane quindi aperta la questione sul come quest’alleanza andava ricercata. Anche su questo durante il congresso il segretario del Pd era stato chiaro, dicendo due cose precise: prima si fa la coalizione, poi si scelgono i candidati; i candidati alle cariche monocratiche si scelgono tramite primarie di coalizione. Non è accaduto niente di tutto questo. Nelle regioni con dei più o meno forti presidenti uscenti – Bresso, Burlando – i nomi dei candidati sono venuti ben prima della coalizione. In altre regioni – Lazio, Calabria, Puglia – la coalizione non si è ancora fatta ma si parla già di candidati, e le primarie per dirimere la questione sono viste nemmeno come uno strumento, come l’extrema ratio, bensì come una minaccia da agitare contro questo e contro quello. In Campania l’ultimo tragico lascito dell’era bassolino è la dissoluzione del centrosinistra: non esiste più la coalizione, di candidati manco a parlarne. In questo scenario, l’Udc ha giocato magistralmente il suo ruolo di terzo incomodo. Fatta eccezione per le regioni rosse, ha deciso di andare sempre con chi ha maggiori probabilità di vincere. Dove il risultato è incerto, è andata da sola. In Veneto e forse anche in Calabria, sta col centrosinistra ma a sostegno di un proprio candidato. In Puglia i sondaggi dicono chiaramente due cose: che con Vendola si perde malissimo e che senza di lui l’Udc diventa determinante. In Lazio l’accordo con Polverini sembra chiuso da settimane, e se le ragioni fossero le posizioni di Emma Bonino non si spiegherebbe perché le stesse ragioni non valgano in Piemonte, dove l’Udc sostiene Mercedes Bresso.

Puglia e Lazio meritano però un capitolo a parte. Il disastro pugliese è frutto di due fattori. Il primo è il comportamento di Nichi Vendola, che nel tentativo di salvare la sua ricandidatura e il suo quasipartito è finito per perdere entrambe le cose. Dopo le europee, appreso che i Verdi e i Socialisti avevano già lasciato una lista che era già di per sé un fallimento, Vendola doveva fare una sola semplice cosa: entrare nel Pd. Avrebbe reso più complicata la sua estromissione e avrebbe reso migliore il centrosinistra. Invece oggi ci ritroviamo con, nell’ordine:  un presidente uscente del quale tutti, anche chi non ne sa nulla, ripetono come un mantra «ha governato bene», anche senza ricordarsi una sola cosa che abbia fatto; un Pd che non vuole ricandidarlo, per tentare di vincere, ma non ha assolutamente nessuno da proporre al suo posto, tanto da considerare seriamente l’ipotesi Emiliano e consegnare poi tutto nelle mani del pur bravo Francesco Boccia; un Vendola che a volte non ha resistito alla tentazione del buttarla in caciara. È persino superfluo fare notare che se Bersani avesse tenuto fede alla sua promessa – le primarie per individuare i candidati alle cariche monocratiche – tutto questo non sarebbe successo. Vendola si sarebbe candidato, il Pd avrebbe trovato – avrebbe trovato? – un candidato insieme all’Udc e lo avrebbe sfidato. Nella paura di perdere quelle primarie – e quindi probabilmente la Puglia – c’è la ragione del mancato impegno in quel senso di Bersani, ma è difficile sostenere che la pantomima ancora in corso abbia fatto meno danni.

In Lazio il problema ruota tutto intorno alla classe dirigente del Pd, praticamente inesistente, e al fatto che si va verso una sconfitta praticamente certa e quindi è complicato trovare candidati kamikaze. Se già Marrazzo in un momento magico fece molta fatica a battere uno Storace compromesso, a questo giro appare davvero improbabile che il centrodestra si faccia sfuggire la vittoria. Inoltre, il Pd non ha mai avuto un candidato degno di questo nome e a questo si deve la ridda di nomi che si è fatta (da Gentiloni a Melandri, da Nicolini a Montino, eccetera). La partita era oggettivamente complicata, ma il segretario regionale Mazzoli non è stato nemmeno in grado di giocarla: se si consegna a Zingaretti un «mandato esplorativo» alla ricerca di candidati e alleati, è perché nessuno è stato in grado di farlo prima. Ci sono due temi che si incrociano, qui. Il primo è il ruolo dell’Udc, che il Pd ha ufficialmente perso quando Zingaretti non è riuscito a portarla dalla parte di una sua eventuale candidatura. Se l’Udc non va con Zingaretti, probabilmente il candidato più forte del centrosinistra in Lazio, allora non va con nessuno. Il secondo tema è la candidatura Bonino, che è in campo ufficiosamente da molto prima di ieri ed è sostenuta da ampi settori del Pd, soprattutto – chi l’avrebbe mai detto – da una bella fetta di popolari. Il risultato dell’esplorazione di Zingaretti, quindi, era davvero scontato: non ci sono veti sulla Bonino e non ci sono speranze per tenere l’Udc. Con un messaggio ai cattolici: se non vi piace la Bonino, dovete fare un altro nome. La risposta a questa domanda arriva con l’intervista di oggi al Messaggero di Giuseppe Fioroni, che fornisce alla Bonino la più grande copertura che sia possibile sul fronte cattolico a Roma. Qualcuno parla di candidare Letta o Bindi per mettere all’angolo l’Udc e vedere se hanno il coraggio di dire no a un candidato centrista, ma io non credo affatto a questa lettura: Bindi è un personaggio indigesto all’Udc (i Dico, la sinistra sociale, eccetera), Letta non è affatto il tipo da eccessi di coraggio e Bersani non è matto al punto da mettere in discussione la propria leadership sacrificando il proprio vicesegretario (nonché ideale candidato premier per il 2013, ma questa è solo una mia previsione). Salvo incredibili sorprese, si andrà quindi a una sfida tra Polverini e Bonino. Un sondaggio di Crespi oggi parla di una situazione di estremo equilibrio, con Emma Bonino addirittura in lieve vantaggio, ma ci credo poco. Quel che è certo è che la candidatura Bonino, se ben giocata, potrà coinvolgere e mobilitare molte energie, che la fase calante del governo potrebbe rendere meno ricettivo l’elettorato di centrodestra e che la candidatura Polverini per il centrodestra non sarà una passeggiata di salute: gli scontri tra Feltri e Fini non ne sono che un antipasto di quel che vedremo, mentre non è ancora chiaro in cosa si risolverà l’estremo scetticismo di Alemanno e Caltagirone (che è l’editore del Messaggero, mica pizza e fichi). Insomma, non è impossibile, ci vuole un piccolo miracolo. Come sempre.