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Ci vorrebbe sì, l’alternativa

Due mesi sono abbastanza per un bilancio sulla nuova segreteria del Pd? Probabilmente no. Qualcosa però possiamo dirla ugualmente, dato che la situazione politica e l’incombere delle elezioni regionali hanno già portato Bersani a prendere delle importanti decisioni e impostare una direzione e uno stile.

Qualcosa Bersani ha cambiato. È cambiato il tono generale delle dichiarazioni e dell’atteggiamento dei vertici del partito: calmo, ponderato, lento, compassato. Forse un po’ troppo sonnacchioso, ma è comunque una svolta in cui si può vedere del buono, specie se confrontata agli eccessi di Franceschini e alla completa improvvisazione di Veltroni. Si è enormemente ridotto il tasso di litigiosità interna, anche se temo si tratti di un fatto momentaneo, dettato dal coincidere della fine della fase congressuale con l’inizio della campagna elettorale per le regionali. È cambiata, e i fissati come me se ne sono accorti, la politica nei confronti dei manifesti di propaganda: oggi sono semplicemente inutili, quelli di Veltroni erano spesso controproducenti. Tutto il resto è rimasto lì.

La prima manifestazione del Pd di Bersani – le Mille piazze – è nata in modo esattamente speculare alla prima manifestazione del Pd di Veltroni, quella del 25 ottobre: annunciata frettolosamente e realizzata malamente col solo tentativo di tenere botta davanti all’offensiva dell’Idv e di una manifestazione ostile (allora fu il No Cav. Day, stavolta il No B. Day). La stessa gestione di quella manifestazione e in generale dei rapporti con l’Idv è stata in linea con quella ambigua, subalterna e tragica di Veltroni e Franceschini.

Dopo aver passato mesi ad accusare Veltroni di criminalizzare il dissenso e bollare come oscuri sabotatori chi non la pensava come lui, Massimo D’Alema ha dichiarato che le critiche alla sua posizione sul cosiddetto inciucio sono state «una campagna di calunnie per aggirare il congresso e spaccare il nostro partito».

Vagonate di retorica sui «giovani già sperimentati» per poi scoprire che in intere regioni semplicemente non esiste alcuna classe dirigente degna di questo nome, tanto che qualcuno ha pensato seriamente di candidare alla presidenza alla regione Lazio la segretaria del Pd del Friuli o l’attuale governatrice dell’Umbria, e l’unico personaggio con qualche speranza di vincere è uno che appena un anno e mezzo fa è stato eletto a fare un’altra cosa (per fare la quale si era a sua volta dimesso da un altro incarico a cui era stato eletto, quando si dice il valore e la qualità di una classe dirigente).

Il proposito – già discutibile di per sé – di «unire l’opposizione» e tornare a uno scenario da 2006 viene perseguito con una strategia il cui orizzonte più lontano è aprile – altrimenti non ci si alleerebbe con un partito che in tre quarti del paese sta col centrodestra – e la cui massima ambizione è evitare un bagno di sangue, costi quel che costi.

Davanti a una maggioranza che ha le sue crepe e le sue frizioni, nessuno ha nemmeno provato a fare una proposta su un solo tema, a dettare l’agenda del dibattito o a mettersi in mezzo a una delle tante contraddizioni del centrodestra. Non si registrano cambiamenti di linea politica su temi cruciali, né siamo stati testimoni di iniziative particolarmente innovative rispetto al passato.

Nonostante tutto questo, qualcuno si compiace dei sondaggi che da diverse settimane danno il Pd vicino al 30 per cento. Ora, non serve essere un luminare della statistica per capire che si tratta di un dato frutto esclusivamente della luna di miele che tocca a chiunque arrivi a ricoprire qualunque incarico a seguito di una competizione lunga e partecipata. Se la crescita dei consensi fosse strutturale e dettata da fatti politici, non sarebbe arrivata a pochissimi giorni dall’elezione di Bersani e prima di qualsiasi sua azione. L’unica cosa certa che conferma quel dato è l’ampiezza del bacino elettorale potenziale del Pd, un’ulteriore prova che il 33 per cento delle politiche del 2008 non era il massimo risultato possibile dal quale dovere inevitabilmente retrocedere (e quindi archiviare la vocazione maggioritaria, corteggiare Casini, sopportare Di Pietro, resuscitare i morti a sinistra) bensì una base da cui valeva la pena partire: quelli che a cui basterebbe un partito anche poco migliore di così per convincersi a votarlo. Finché non si li fa scappare tutti, ovviamente.