Questo sito contribuisce alla audience di IlPost

Dove si vota a gennaio

Fatta eccezione per le presidenziali in Croazia e un referendum nell’isola Bonaire, gennaio è un mese di elezioni interessanti, delicate e incasinate. Si vota in Cile, dove sarà eletto il prossimo presidente. Si vota in Ucraina, dove le ultime presidenziali si trasformarono in una specie di film di spionaggio, tra frodi, avvelenamenti, manifestazioni di piazza e ripetizioni del voto. Si vota in Sri Lanka per la prima consultazione dopo la fine della guerra civile e si vota – per modo di dire – in Guinea, dove il leader golpista Camara ha subito un attentato tre settimane fa e per questo si trova ancora oggi fuori dal paese e privo del controllo della situazione.

Il 10 gennaio si vota in Croazia per eleggere il capo dello stato. Si tratta del secondo turno: il primo turno si è celebrato il 27 dicembre ed è servito ad arrivare dall’iniziale gruppo di dodici candidati ai due che si contenderanno la presidenza della repubblica. Il primo turno è stato vinto dal socialdemocratico Ivo Josipović, favorito anche per la vittoria finale; la seconda piazza è andata all’indipendente Milan Bandić, sindaco di Zagabria da ben quattro mandati, che ha battuto di due punti percentuali il democristiano Andrija Hebrang. La vera notizia riguardo il primo turno è stata il dato sull’affluenza, mai così bassa nella storia delle elezioni presidenziali in Croazia (va detto che si tratta di una carica istituzionale e rappresentativa, praticamente priva di potere politico). Inoltre, anche sommando i voti dei due candidati giunti al ballottaggio non si arriva al consenso raccolto da solo dal presidente uscente Stjepan Mesić nel primo turno delle presidenziali del 2005.

Il 15 gennaio invece si vota per un referendum costituzionale a Bonaire, un’isola delle Antille olandesi situata di fronte alle coste del Venezuela. Gli elettori dovranno decidere se entrare far parte a tutti gli effetti dell’Olanda o se preferire la condizione di stato associato, per mantenere una qualche autonomia. Questo perché ufficialmente le Antille olandesi cesseranno di esistere il 10 ottobre del 2010, e l’isola quindi si trova a decidere quale direzione dare al proprio assetto futuro. In attesa che gli abitanti dell’isola di Bonaire facciano la loro scelta, l’Olanda ha già fatto sentire la sua voce, annunciando che la possibilità di costituirsi come stato associato non esiste e che «l’unica alternativa al processo di integrazione attualmente in corso è l’indipendenza». Una settimana dopo il referendum, poi, il 15 gennaio, le Antille olandesi voteranno per quelle che saranno con ogni probabilità le loro ultime elezioni politiche come nazione unitaria.

Il 17 gennaio secondo turno delle elezioni in Cile, anche questo mese di certo l’appuntamento più interessante. Come era nelle previsioni, il primo turno è stato vinto da Sebastián Piñera, candidato del centrodestra, già sconfitto dalla Bachelet nel 2005. Il suo sfidante sarà Eduardo Frei, già presidente negli anni Novanta e candidato della Concertación, la coalizione che governa dalla fine della dittatura. In questo momento i sondaggi danno i due quasi appaiati, con Piñera ancora avanti di poco. Per Frei potrebbe essere decisivo quel 20 per cento dei consensi che al primo turno premiarono l’indipendente di sinistra Marco Enríquez-Ominami e il 6 per cento del comunista Jorge Arrate. Di certo c’è che dalla fine della dittatura mai prima di adesso il centrodestra era arrivato così vicino a conquistare la presidenza del Cile.

Sempre il 17 si vota per il primo turno delle elezioni presidenziali in Ucraina. L’ultima volta ci furono i fuochi d’artificio: l’iniziale vittoria del filo russo Viktor Yanukovich, l’avvelenamento di Viktor Yushchenko, la cosiddetta rivoluzione arancione e la ripetizione del voto, che consegnò a quest’ultimo la presidenza e la poltrona di primo ministro a Yulia Tymoshenko. Era il 2004. Sono passati sei anni e siamo ancora lì: i principali candidati a queste presidenziali sono il presidente uscente Viktor Yushchenko, il suo ex sfidante Viktor Yanukovych e l’attuale primo ministro Yulia Tymoshenko. La partita, più che tra destra e sinistra, si gioca tra filo russi e filo occidentali, e la situazione è resa ancora più instabile e imprevedibile dal fatto che con ogni probabilità Yushchenko non riuscirà nemmeno ad arrivare al secondo turno: i sondaggi lo danno oscillante nientemeno che tra il 2 e il 4 per cento (sei anni fa venne eletto col 53 per cento). Con ogni probabilità, quindi, arriveranno al ballottaggio Yanukovich e Tymoshenko: il primo è in vantaggio ma difficilmente supererà il 50 per cento dei voti, necessario a evitare il secondo turno. Come abbiamo imparato qualche anno fa, però, può succedere davvero di tutto.

Il 26 gennaio è il turno dello Sri Lanka, dove si vota per le elezioni presidenziali. Il mandato dell’attuale presidente Mahinda Rajapaksa scadrebbe nel 2011, ma il capo del governo vuole trarre vantaggio dal balzo di consensi e popolarità che ha avuto a seguito della sanguinosa sconfitta inflitta alle Tigri Tamil, e ha usufruito del suo potere di indire delle elezioni anticipate dopo quattro anni dall’insediamento. Il suo principale sfidante però gli contende la paternità di quel risultato politico e militare, trattandosi di Sarath Fonseka, ex generale, comandante dell’esercito durante la fase finale della guerra e per questo considerato una sorta di eroe nazionale. Si tratta naturalmente di un turno elettorale che presenta qualche rischio: il paese è appena uscito da una lunghissima guerra civile e uno dei due sfidanti era capo dell’esercito fino all’altroieri.

L’ultimo turno elettorale del mese si terrà il 31 gennaio: elezioni presidenziali in Guinea. L’attuale presidente – arrivato al potere l’anno scorso con un colpo di stato – è Moussa Dadis Camara, di cui si è molto parlato ultimamente a causa dei massacri perpetrati dal suo esercito lo scorso settembre e dell’attentato che ha subito all’inizio di dicembre, quando uno dei suoi uomini gli sparò in testa. Prima dell’attentato Camara aveva annunciato di non volersi candidare ma i suoi sostenitori avevano già organizzato delle manifestazioni per convincerlo e c’è la possibilità che si trattasse di una mossa calcolata, così da candidarsi a seguito di una poco realistica spinta popolare. Fatto sta che l’attentato – dal quale Camara si è miracolosamente salvato, per quanto ora sembri versare in gravi condizioni – ha rimesso in gioco tutto. Anche qui, da ora al 31 gennaio rischiamo di vederne di tutti i colori.