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Dove si vota a dicembre

Il turno elettorale più importante di questo mese è certamente quello di domenica in Cile. Si è già votato in Bolivia, nelle Comore, in Romania e in Moldavia, dove prosegue la crisi istituzionale di cui avevo scritto nei mesi scorsi. Si deve ancora votare – oltre che in Cile – anche in Abkhazia, in Dominica, in Uzbekistan e in Croazia.

Il 6 dicembre si è votato in Bolivia. A seguito del referendum costituzionale dello scorso gennaio, che tra le altre cose ha abolito il limite per il numero di mandati consecutivi per le cariche elettive, il presidente uscente Evo Morales ha potuto ricandidarsi e, come era nelle previsioni, essere nuovamente eletto. Morales ha vinto col 63 per cento dei consensi, mentre il suo sfidante Manfred Reyes Villa si è fermato al 27,3. Un risultato notevole ma lontano dal 70 per cento dei consensi che il fronte di Morales vedeva come possibile obiettivo: in ogni caso, il presidente godrà in parlamento di una maggioranza ampia al punto da poter legiferare in modo completamente autonomo. La prima legislatura ha portato al restringimento delle possibilità di ottenere un appezzamento di terra, all’arresto delle istanze autonomiste delle regioni più progredite e alla nazionalizzazione di diverse industrie di materie prime e risorse naturali. Vedremo cosa succederà in questi cinque anni. Intanto, oltre a quelle dell’immancabile Chávez, non si sono fatte attendere le congratulazioni accorate del presidente iraniano Ahmadinejad.

Domenica 6 dicembre si è votato anche per il primo turno delle elezioni legislative nell’Unione delle Comore. Ho cercato in lungo e in largo e non ho trovato traccia dei risultati delle elezioni in queste tre isole dell’Africa, tra il Madagascar e il Mozambico. Le elezioni parlamentari sono successive al referendum costituzionale dello scorso agosto, col quale il presidente Sambi ha chiesto e ottenuto di prorogare il suo mandato di due anni – così da arrivare all’election day nel 2011 – e approvare una nuova costituzione che centralizza notevolmente i poteri e definisce le Comore uno stato islamico. Le Comore vengono chiamate le «coup-coup islands», a causa del record di venti colpi di stato dal 1975 a oggi.

L’evento di domenica scorsa però è stato il ballottaggio delle presidenziali in Romania, finito con un testa al testa al termine del quale sia il presidente uscente Traian Băsescu che il socialdemocratico Mircea Geoană hanno rivendicato la vittoria. A scrutinio ultimato, la conta dei voti dice che il ballottaggio è stato vinto da Băsescu col 50,3 per cento, che avrebbe battuto di un incollatura Geoană e il suo 49,6. I giorni di instabilità e tensione hanno fatto precipitare i mercati finanziari e le polemiche non si sono ancora interrotte. L’opposizione infatti ha lamentato la presenza di brogli e ha deciso di contestare i risultato facendo ricorso alla Corte costituzionale. Rimane inoltre il problema della situazione in parlamento, dove la maggioranza è formata da un’alleanza tra liberali e socialdemocratici. Intanto la Corte costituzionale ha deciso di riesaminare le oltre 130mila schede nulle.

Prosegue la telenovela delle elezioni del capo dello stato in Moldavia, di cui ho parlato già ad aprile, a giugno, ad agosto, a settembre e a novembre. Riassunto delle puntate precedenti: il paese è bloccato da mesi a causa di una legge elettorale e di una costituzione da ubriachi, con sbarramenti e quorum altissimi, e di una situazione politica fortemente polarizzata tra il blocco filo-russo degli ex comunisti e quello filo-europeo di tutti gli altri. Ad aprile i comunisti vincono le elezioni politiche, ma prendono un seggio in meno di quelli necessari a eleggere il capo dello stato. Dopo due tentativi andati a vuoto, celebrati tra aprile e giugno, la costituzione impone di scioglere le camere e disputare nuovamente le elezioni politiche. Stavolta vincono i filo europei, guidati da Marian Lupu, ma anche stavolta senza raggiungere i sessantuno seggi. Il primo scrutinio doveva tenersi il 23 ottobre ma è stato annullato perché la costituzione moldava non prevedeva la possibilità che ci fosse un solo candidato alla carica. Trovato un secondo candidato, il 10 novembre è fallito il primo tentativo: i comunisti hanno abbandonato l’aula. Il secondo tentativo si è tenuto lunedì 7 dicembre e, indovinate un po’, è fallito anche quello. Quindi ora le camere si sciolgono nuovamente e si disputano nuovamente le elezioni politiche – e sono tre – ma non subito: la costituzione infatti non permette che si possano indire elezioni anticipate per due volte nello stesso anno. Magari da qui all’anno nuovo si mettono d’accordo.

Il 12 dicembre si vota per le elezioni presidenziali in Abkhazia. L’Abkhazia, come ricorderete dalle cronache di due estati fa, è una regione che ufficialmente fa parte della Georgia ma ha dichiarato la sua indipendenza nel 1994 ed è internazionalmente riconosciuta solo dalla Russia, dal Nicaragua e dal Venezuela, nonché dall’Ossezia del Sud e dalla Transnistria, a loro volta repubbliche indipendenti non riconosciute. Il presidente uscente Sergei Bagapsh cerca la rielezione e dovrà vedersela col suo ormai storico rivale Raul Jumka-ipa Khajimba. I due si sfidarono già nel 2004, quando Bagapsh vinse di un soffio, l’opposizione contestò il risultato e le tensioni furono fermate solo da un accordo che vide Khajimba diventare vice presidente, per quanto il suo partito restò all’opposizione. C’è un terzo candidato, Beslan Butba, il cui ruolo potrebbe rivelarsi decisivo qualora si arrivasse a un ballottaggio. Mosca è sicuramente più vicina al presidente uscente, ma non è escluso che il Cremlino possa cambiare cavallo. Come prevedibile, intanto, la Russia sta mandando una sua delegazione per monitorare il voto, dandogli quindi ufficiale riconoscimento, mentre la Georgia ha dichiarato illegale la consultazione e ha chiesto alla comunità internazionale di fare altrettanto.

Il 13 dicembre si vota in Cile, in quello che è sicuramente il turno elettorale più importante e interessante del mese. L’attuale presidente Michelle Bachelet non può cercare un secondo mandato. I candidati alla presidenza sono quattro: Eduardo Frei, già presidente negli anni Novanta e candidato della Concertación (la coalizione che governa dalla fine della dittatura); Sebastián Piñera, candidato del centrodestra, già sconfitto dalla Bachelet nel 2005; Marco Enríquez-Ominami, già socialista e candidato come indipendente; Jorge Arrate, candidato del partito comunista. La novità più interessante di queste elezioni è sicuramente Ominami, di cui avevo già scritto qualche mese fa. Frei è il favorito ma la sua candidatura non ha entusiasmato affatto la sinistra cilena, e questo ha favorito l’ascesa di Ominami – 37 anni, già regista, eletto deputato nel 2005 con un consenso record – che negli ultimi mesi ha guadagnato parecchio terreno. Piñera è praticamente certo di aggiudicarsi il primo turno, ma probabilmente senza oltrepassare il quorum necessario a evitare il ballottaggio. Domenica la partita fondamentale è quindi quella tra Frei e Ominami. Piñera però è messo bene anche per il ballottaggio, e in generale la Concertación non gode più del consenso granitico di qualche anno fa.

Il 18 dicembre si rinnovano i membri del parlamento in Dominica, un’isola del mar dei Caraibi che non va confusa con la Repubblica dominicana. Le ultime elezioni furono vinte dai laburisti al termine di un’intensa campagna elettorale. Per decisione del governo, si vota con notevole anticipo rispetto alla fine naturale della legislatura, che sarebbe arrivata nel 2010. L’opposizione è arrabbiata soprattutto per la vicinanza delle elezioni alle festività natalizie. Il suo leader, Ron Green, si è espresso così:

Never in the history of Dominica have we had an election just before Christmas…never in the history of politics in Dominica had there been an election on the eve of Christmas. The time of peace, the time of family unity, the time of coming together — first time in history — why?

Il 27 dicembre si vota in Uzbekistan. Si tratta di elezioni molto meno che libere: l’Uzbekistan è governato in modo autoritario fin dalla sua indipendenza, che risale al 1991. Il governo uzbeko di Islom Karimov è tristemente noto – oltre che per l’assenza di libertà di stampa, per la corruzione del suo governo e per la sistematica violazione dei diritti umani – per il suo aver ricorso più volte a una tecnica medievale per le esecuzioni capitali: la bollitura. I condannati vengono immersi, parzialmente o totalmente, dentro grandi calderoni pieni di olio o acqua bollente, e vengono tenuti lì finché non muoiono.

Sempre il 27 si vota per il primo turno delle elezioni presidenziali in Croazia, il prossimo paese dell’ex Jugoslavia – dopo la Slovenia – che dovrebbe trovare posto nell’Unione europea. La Croazia è una repubblica parlamentare, quindi non tragga in inganno il fatto che il capo dello stato sia eletto direttamente dal popolo: il presidente è capo delle forze armate e svolge un ruolo per lo più istituzionale, non di governo. Il presidente uscente, l’ex comunista Stjepan Mesić, non può ricandidarsi. I principali sfidanti sono tre: il democristiano Andrija Hebrang, il socialdemocratico Ivo Josipović e gli indipendenti Nadan Vidošević e Milan Bandić, sindaco di Zagabria da ben quattro mandati. Benché i democristiani abbiano la maggioranza parlamentare, è molto difficile che Hebrang possa conquistare la presidenza. Secondo i sondaggi, infatti, sarebbe già tanto se dovesse arrivare al secondo turno. Il favorito è il socialdemocratico Josipović e tutto è nelle sue mani: dovesse conquistare la metà più uno dei consensi, sarebbe immediatamente eletto presidente. Altrimenti si ricorrerà al ballottaggio, già fissato per il 10 gennaio.