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Un altro che ha saltato lo squalo

Beppe Grillo si è impossessato del corpo di Curzio Maltese e gli ha fatto scrivere il peggior editoriale della sua brillante carriera di giornalista. Se ne potrebbe fare un trattato di cattivo giornalismo, per come piega continuamente e in ogni frase la realtà alla sua tesi, mentre logica e onestà vorrebbero che si facesse il contrario; per come elenca al pari di certezze incise del marmo alcune complete balle e altre cose più che discutibili e opinabili. Mai un dubbio, com’è ovvio: la regola è spararle grosse e gettare benzina sul fuoco della semplificazione, tanto poi si vede. L’ultima volta si fece così e quando arrivammo al governo ci toccò spiegare un sacco di cose complicate a un elettorato che credeva avremmo cambiato l’Italia in un paio di settimane.

“Siamo il più bel corteo degli ultimi 150 anni”. Uno slogan ironico, ma neppure tanto. Per usare altre parole del nemico della piazza, quello di ieri è stato un miracolo italiano. Quando sarà finita l’era Berlusconi, si parlerà ancora del 5 dicembre come di un giorno che ha cambiato la storia.

Sarà che ho studiato storia e ho qualche rispetto e timore per questa formula ma, ecco, un giorno che ha cambiato la storia? Deve succedere qualcosa di veramente, veramente grosso, per scrivere questa frase senza sentirsi ridicoli.

Nel mondo non s’era mai vista una simile folla di persone convocata attraverso la rete.

Bùm! A parte che si potrebbero fare diversi ragionamenti su questa frase, visto che il mondo della comunicazione e dell’informazione non è composto da compartimenti stagni e la convocazione partita dalla rete ha albergato per giorni sui quotidiani e le televisioni, davvero “nel mondo non s’era mai vista una simile folla di persone convocata attraverso la rete”? E le manifestazioni di Teheran di qualche mese fa, per dirne una? Quelle sì che furono convocate solo attraverso la rete.

E’ l’ingresso ufficiale della politica nell’epoca di Internet.

Probabilmente Maltese si è dimenticato di scrivere «in Italia».

Qualcosa che va perfino oltre, anzi molto oltre l’obiettivo dichiarato di costringere il premier alle dimissioni. E’ una rivoluzione. La rivoluzione viola. Allegra e vincente: nelle cifre, nei modi, nei linguaggi, nei volti, spesso di giovanissimi.

Per “è una rivoluzione” vale quanto detto per “il giorno che ha cambiato la storia”: se si vuole essere presi sul serio, certe formule dovrebbero essere usate con parsimonia. Che lo dicano i promotori euforici sul palco ci può stare, che lo dica un illustre editorialista no. La manifestazione che va oltre l’obiettivo dichiarato senza raggiungerlo è bella. Delle cifre, poi, abbiamo detto, ma a Repubblica sembrano volersene occupare criticamente solo quando chi le spara è il centrodestra.

Non era accaduto a Londra, a Parigi, a Berlino, in nazioni dove l’uso della rete è assai più diffuso che in Italia. Neppure negli Stati Uniti, dove da anni esiste MoveOn, il movimento on line che ha creato il fenomeno di Obama. E’ accaduto qui, nel laboratorio italiano, in una piazza romana da sempre teatro della nostra storia. In questo caso, la fine decretata della seconda repubblica.

“MoveOn, il movimento online che ha creato il fenomeno di Obama”? Maltese evidentemente non sa di cosa parla. Se si può dire che MoveOn ha creato da sé un fenomeno politico, quello è Howard Dean. Ovviamente MoveOn ha aiutato Obama nella sua campagna elettorale, così come tante altre associazioni e movimenti, ma dire che MoveOn “ha creato il fenomeno di Obama” è una balla colossale, almeno quanto dire che la manifestazione di ieri ha decretato la fine della seconda repubblica.

Di fronte all’enormità del fatto nuovo, colpisce la decrepitezza di un ceto politico a fine corso, evidente nelle reazioni scontate, conservatrici, impaurite. Di tutto il ceto politico, di maggioranza e d’opposizione. I portaborse berlusconiani, che si sono lanciati nella solita arringa contro le “piazze giustizialiste”, aggettivo che non significa nulla per i ventenni in corteo. Le solite timidezze della dirigenza del Pd, che conferma di capire poco, come le precedenti, dei mutamenti profondi avvenuti nella società italiana. Ma pure la corsa a “mettere il cappello” dei dipietristi e dell’ex sinistra arcobaleno, comunque mantenuti dagli organizzatori ai margini del palco e della festa.

Ce n’è per tutti, ovviamente, e ci sono anche diverse cose condivisibili: ma l’accusa è sempre la stessa. Viva la piazza, abbasso la politica.

Fra tutti, certo, il più incomprensibile è l’atteggiamento del Pd di Bersani. Un partito nuovo, almeno nelle intenzioni se non nel gruppo dirigente, inossidabile ai cambi di nome e di sigle, che avrebbe dunque in teoria tutto l’interesse a sperimentare le nuove forme della politica, a esserci insomma in occasioni come queste, piovute dal cielo. “Perché Bersani non è qui?” era la domanda del giorno, sul palco e fra la gente. Già, perché?

Ora, io sono stato per diverse ore in mezzo ai manifestanti, ieri. Ho fatto avanti e indietro nel corteo, li ho sentiti discutere e parlare. Ho sentito parlare pochissimo di Pd e di Bersani – e non nego che la cosa mi ha stupito – ma non ho certo potuto parlare con tutti, e quindi certamente qualcuno si sarà chiesto “Perché Bersani non è qui?”. Ma c’erano centinaia di migliaia di persone, e l’unica condivisa al punto da essere la frase del giorno era la richiesta di dimissioni a Berlusconi. Poi ce n’erano diverse altre che venivano dette e richieste, centinaia, le più diverse, e Maltese ha preso quella che faceva più comodo alla sua tesi. C’era chi incitava alla rivoluzione per il socialismo e c’era anche tantissima gente che si lamentava dell’invadenza spudorata dell’Idv, per dire, ma scrivere che questo malessere era “la domanda del giorno” sarebbe stato altrettanto azzardato e disonesto.

C’era una grande manifestazione di popolo, a costo zero rispetto alle onerose manifestazioni di partito. C’erano in piazza l’elettorato reale e quello potenziale dei democratici.

Anche qui, certezze come se fosse il mago Otelma. C’erano in piazza l’elettorato reale e quello potenziale dei democratici? Tutto o dei pezzi? Secondo me dei pezzi, e mi sembra una cosa talmente evidente da richiedere semplicemente un po’ di buon senso e sale in zucca. Tanti altri pezzi sono semplicemente rimasti a casa, e hanno avuto su questa manifestazione opinioni ben più elaborate di quelle di Maltese.

Chiedono le dimissioni di un premier che ha sputtanato l’Italia nel mondo, con le veline candidate in Europa, le sua storie personali e le scelte pubbliche, l’elogio dei dittatori, il conflitto d’interessi, i trucchi per sfuggire alla giustizia, i media di sua proprietà usati come manganelli, le accuse dei pentiti di mafia. Elementi che, presi uno per uno, sarebbero già stati sufficienti in qualsiasi altra democrazia per chiedere le dimissioni di un governante. Perché allora Bersani non c’era? Perché il maggior partito d’opposizione ha addirittura paura a pronunciare la parola “dimissioni”? Perché invece di abbracciare gli organizzatori, a partire da Gianfranco Mascia, e precipitarsi di corsa, i dirigenti del Pd esalano sospetti, perfino disgusti nei confronti dell’onda viola? Sarebbe come se Barack Obama, invece di accettare con entusiasmo l’appoggio di MoveOn, che gli ha fatto vincere le elezioni, avesse detto: no grazie, preferisco fare da solo. “Un errore grave, di quelli che si pagano cari” diceva Pippo Civati, trentenne esponente del Pd, che è venuto con regolare maglione viole, sulla base di una scelta assai più semplice: “Venivano tutti gli elettori con cui sono in contatto, perché io avrei dovuto essere da un’altra parte?”.

Intanto basterebbe dire che un enorme pezzo del Pd e dei suoi massimi dirigenti era in piazza, con tanto di bandiere e striscioni, a cominciare dalla presidente Bindi e dal vicepresidente Scalfarotto, per proseguire con decine e decine di parlamentari e membri della direzione nazionale, tra cui lo stesso Civati. Lungi da me difendere la gestione dilettantesca della manifestazione da parte del Pd, ma anche qui Maltese parte per la tangente e ci racconta quel che gli pare. Ovviamente anche quella su MoveOn che avrebbe “fatto vincere le elezioni” a Obama è una balla. MoveOn ha dato il suo contributo, come tante altre realtà. Ma se chiedete a cento persone diverse che abbiano seguito con un minimo – ma davvero un minimo – di interesse cosa ha fatto vincere le elezioni a Obama, ammesso che si possa dare una risposta così netta a quella domanda, vi diranno che si tratta di Obama for America, l’infrastruttura messa in piedi dal suo sito internet e non da MoveOn.

Passeggiare per le strade di Roma ieri, a parte tutto, era un esercizio utilissimo per un politico. Le facce, le storie dei partecipanti raccontavano un’Italia che non comparirà mai al Tg1 ma opera ogni giorno nel famoso territorio. Associazioni di ogni tipo, che hanno movimentato già sulla rete decine di battaglie locali e nazionali, sulla Tav, il Ponte di Messina, il precariato, la scuola. Volontari, lavoratori, ceti medi, centri sociali ed elettori di destra delusi, gente del Nord, del Sud, immigrati: bella gente.

E vai con l’elogio dei movimenti per il no a qualsiasi cosa che erano ieri in piazza. «Bella gente». Quando torneremo al governo, e dovremo spiegar loro che la Tav si fa o che la legge Biagi non si può abrogare, ci lamenteremo del fatto che sono così irresponsabili da non capire cosa vuol dire governare.

Più giovani di quanti ne compaiano di solito nei cortei, quasi soltanto ventenni o cinquantenni, col buco in mezzo delle generazioni cresciuti negli ultimi decenni di egemonia televisiva.

È vero, ieri c’erano in piazza praticamente quasi solo due fasce di età: quella sotto i venticinque anni e quella sopra i cinquanta. Secondo me vuol dire diverse cose, alcune note e collegate alla formula di questa manifestazione e al rito delle manifestazioni di piazza in genere, altre probabilmente che varrebbe la pena indagare e conoscere. Per Maltese, invece, il problema è che gli altri erano tutti rincoglioniti dalla televisione.

Tanti pezzi di un’Italia non qualunquista, non rassegnata, che non sta mani nelle mani tutto il giorno a chiedersi “che cosa possiamo fare?” o a lagnarsi della casta dei politici. Domani non torneranno a casa a guardare la televisione. La rivoluzione viola non finisce qui e non finirebbe neppure con le dimissioni di Berlusconi. Continuerà a far politica nei nuovi modi, con o senza il permesso di chi pensa che la politica sia decidere tutto nelle fumose stanze di un vertice a palazzo.

E veniamo alla tesi di Maltese, quella nei confronti della quale ha piegato tutte le cose che ha visto e sentito ieri, condita dal noto e abusato vocabolario fatto di “casta”, “chiedere il permesso”, “le fumose stanze”, “un vertice a palazzo”. Chiunque abbia fatto una passeggiata nel corteo e abbia un minimo di lucidità e buona fede ha visto che in piazza, com’era scontato, c’era anche – probabilmente soprattutto – un bel pezzo di Italia qualunquista, quella che già fu ai V-day, che si lagna della casta dei politici, che dice che sono tutti uguali, che parla e pensa come in questo pessimo articolo. Naturalmente c’era anche tanta brava gente ed è a loro, più che a tutti gli altri, che fa torto questa rappresentazione caricaturale, faziosa e romanzata di quello che è successo ieri.