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Uno sporco lavoro

Questa settimana il magazine del New York Times ha un lungo e interessante articolo su Joe Biden, “il secondo vicepresidente statunitense più potente della storia”, che è tutto centrato sulla politica estera, su cosa è cambiato rispetto all’era Cheney e su come il vicepresidente concorre a determinare le più importanti decisioni dell’amministrazione Obama. Ne viene fuori, tra l’altro, anche un bel ritratto politico del vicepresidente Usa e delle sue idee.

The president and vice president tend to reach the same conclusions, if by different paths. In Biden’s worldview, which seems to be composed equally of temperament, experience and books, principles are very important as beacons, but they are dangerous, and often delusory, as direct guides to action. He shares with Obama a deep skepticism about wished-for outcomes, which makes him wary about conventional liberalism. He ran for the Senate in 1972 as an opponent of the war in Vietnam, but he says, “I wasn’t against the war for moral reasons; I just thought it was a stupid policy.”

Intanto alle 2 di notte ora italiana – le 20 negli Stati Uniti – Obama si rivolgerà alla nazione col suo atteso discorso dall’accademia militare di West Point. L’argomento è l’Afghanistan e si tratta probabilmente del discorso più complicato della sua presidenza, fino a questo momento. Se quello più importante è stato certamente quello rivolto al congresso all’inizio settembre sulla riforma sanitaria, infatti, il discorso di stasera vede Obama giocare su un terreno molto più scivoloso e meno polarizzante. I repubblicani all’opposizione hanno brillato raramente per interventismo – qualcuno si ricorderà gli strali contro le «liberal wars» di Clinton – mentre i democratici, com’è noto, hanno costruito le loro fortune elettorali degli ultimi tre anni anche sull’opposizione alla politica estera di Bush. Va detto però che Obama su questo è chiaro fin dall’inizio della sua carriera politica in senato: la sua contrarietà alla guerra in Iraq non è mai stata motivata da istanze filosoficamente antimilitariste bensì dalla necessità di concentrarsi sul vero snodo della questione dell’estremismo e del terrorismo islamico, cioè l’Afghanistan e il Pakistan. Le ragioni per cui Obama invierà altre truppe e dedicherà ancora più attenzione e impegno a quella parte di mondo sono spiegate bene da questo pezzo di Foreign Policy.

Is there something in Afghanistan worth fighting for? The short answer is yes. But the long answer is complicated. Unlike the clarity in the weeks following 9/11, there is no single reason, standing alone, that makes the case. It is rather a series of interrelated concerns that when considered as a whole make continued, robust engagement in Afghanistan the best of a series of bad options. To put it another way, as difficult as it will be to fulfill the promises we’ve made to the Afghans over the last eight years, the alternatives are far more dangerous, dispiriting, and unpredictable.

Interessante anche il commento di Fred Kaplan su Slate, che mette in campo con obiettività i pro e i contro delle varie opzioni in campo. Kaplan conclude con più dubbi che certezze – come spesso accade, quando si ha a che fare con cose complicate – e si augura che Obama sia più determinato di lui. Difficile non dargli ragione.

Let’s hope he found something. A columnist can be ambivalent; a president can’t be.

(lo so, tra un’ora e mezza parla Obama e questo è un post che andava pubblicato stamattina: ma il periodo è quello che è, e questi articoli meritavano comunque di essere segnalati)