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«Poveracci»

«Si tratta di poveracci. Pericolosi poveracci». Non c’è molto da aggiungere, in fin dei conti, secondo Tullio De Mauro, linguista e già ministro della pubblica istruzione. Ogni volta che Mario Balotelli scende in campo lo spettacolo è sempre lo stesso. Insulti, bordate di fischi, cori oltraggiosi. Dicono che il giocatore provoca, per questo gli urlano «Devi morire» o «Se saltelli, muore Balotelli». Dicono che non è razzismo, che il ragazzo ha un carattere difficile, che è esuberante. Difficilmente però un coro potrebbe essere più esplicito di «Non esistono negri italiani». D’un tratto siamo tornati al colore della pelle come criterio per determinare la nazionalità di una persona, e alla nazionale di calcio come recinto di identità nazionale la cui purezza va salvaguardata.

Siamo tristemente abituati alla presenza del razzismo nella nostra società, ma questi concetti non sembrano appartenere a un’epoca storica e culturale lontanissima da quella presente?
«In realtà, come sappiamo, ci sono delle sottili venature di razzismo in ogni essere umano. Naturalmente da questo ad arrivare alle manifestazioni di razzismo di cui siamo testimoni, la strada è molto lunga».

Si è discusso a lungo, non solo in relazione al caso Balotelli, del fenomeno dei gruppi ultras e di come in quell’ambiente si sia sviluppato un determinato tipo di linguaggio, un codice, spesso dai contenuti esplicitamente violenti e razzisti. È un fenomeno che rischia di contaminare l’intera società, più di quanto non lo sia già?
«Non credo che ci sia questo rischio e non credo che, almeno in questi termini, questo fenomeno possa diffondersi nell’intera società. Almeno voglio sperarlo. I protagonisti di questi episodi sono solo dei poveracci, pochi pericolosi poveracci».

Eppure davanti a uno spettacolo che si ripete puntuale ogni domenica, il mondo del calcio non fa altro che minimizzare, peraltro in modo più che compatto. «Il razzismo non c’entra», dicono.
«Cosa possiamo dire. Sono scandalosi i fischi, è scandaloso chi fischia ed è scandaloso che noi siamo costretti ad assistere a questo ragazzo che viene fischiato. Non credo, sinceramente, che ci sia molto altro da aggiungere».

(per l’Unità di oggi, pagina 9)