Questo sito contribuisce alla audience di IlPost

Manifestazioni fai-da-te

Complice il notevole interesse che il «No Berlusconi Day» ha suscitato nell’opinione pubblica e il conseguente dibattito politico sull’opportunità di andarvi o meno, la pagina su Facebook dedicata alla manifestazione del 5 dicembre vede i suoi fan aumentare al ritmo di diverse migliaia al giorno. In questo momento sono 275mila, ma con ogni probabilità quando questo articolo sarà stampato e diffuso nelle edicole del paese, il numero degli aderenti avrà superato quota 280mila – l’esempio lampante, potremmo dire, delle difficoltà che i mezzi di comunicazione tradizionali incontrano nel raccontare fenomeni e movimenti le cui evoluzioni avvengono ora dopo ora.

L’altra caratteristica che rende atipica questa manifestazione è rappresentata da una questione centrale in ogni mobilitazione di queste dimensioni: l’organizzazione, la logistica. A lungo i soggetti tradizionalmente preposti alla rappresentanza dei cittadini – i partiti politici, i sindacati, le associazioni – hanno avuto il monopolio di questo genere di abilità. Spostare migliaia di persone lungo tutto il territorio nazionale, stipulare convenzioni per avere treni a prezzo speciale, muovere centinaia di pullman da tutta l’Italia: attività imprescindibili per l’organizzazione di una manifestazione degna di questo nome, oggi non richiedono più la presenza di una struttura collaudata alle spalle. Se in passato erano i partiti e le associazioni a mettere le persone in contatto, permettendo loro di trovarsi e mettendo a loro disposizione risorse economiche e logistiche solide e collaudate, da tempo ormai internet permette di svolgere questa funzione con grande efficienza e funzionalità. Basta scorrere le pagine locali su Facebook dedicate al «No Berlusconi Day» per rendersi conto di come prende forma una manifestazione dal basso: trovare le persone necessarie per riempire un pullman è un gioco da ragazzi, così come non è più un problema cercare la persona giusta per svolgere questo o quel lavoro. Qualcuno ha bisogno di disegnare un banner, lo scrive in bacheca e in un baleno arriva il grafico. Lo stesso accade per trovare le persone per scegliere la società dai prezzi più convenienti, o la tipografia a cui far stampare i volantini. Saltano le mediazioni, cambia il peso del tempo e dello spazio nelle relazioni.

Non si tratta di una completa novità. La storia degli ultimi anni racconta già di mobilitazioni nate sulla rete che hanno sortito effetti particolarmente incisivi, dalle cosiddette «Twitter revolution», a cominciare da quella iraniana, al ruolo della rete nel percorso che ha portato Barack Obama alla Casa Bianca. Sarebbe un grave errore però pensare che questa trasformazione dei meccanismi di mediazione sia destinata a portare solo conseguenze benefiche al dibattito pubblico. La crisi dei principali interpreti e rappresentanti degli interessi dei cittadini, dai partiti ai sindacati, comporta diversi rischi: annulla la complessità delle cose e dei problemi (il nome di questa manifestazione ne è esempio), rafforza le posizioni più estreme e spiana la strada a demagogie e populismi più di quanto non accadesse un tempo. La palla, in questo senso, è destinata a tornare nel campo dei soggetti che hanno dominato il Novecento: i partiti, i sindacati, i giornali. Se questi non saranno capaci di cambiare, di farsi venire delle idee e scoprire nuove strade per rinnovare la loro missione, saranno inevitabilmente travolti. E non è detto che sarebbe una buona notizia.

(per l’Unità di oggi, pagina 8)