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Dove si vota a novembre

Questo mese il post arriva in ritardo ma poco male, perché solo due dei dieci appuntamenti elettorali di novembre si sono già celebrati, nelle Marianne Settentrionali e in Moldavia, dove ci sarà un altro voto entro la fine del mese. Si vota poi in Romania, Saint Vincent e Grenadine, Namibia, Costa d’Avorio, Guinea Equatoriale, Honduras, Svizzera e Uruguay.

Il 7 novembre si è votato per eleggere il governatore e l’assemblea legislativa delle isole Marianne Settentrionali, un arcipelago del Pacifico occidentale che – così come Guam – rientra sotto la sovranità degli Stati Uniti. Diventato sempre più marginale nel corso degli ultimi anni, il Partito democratico – che non è affiliato in alcun modo al suo corrispettivo Usa – non ha alcun candidato a governatore: è la prima volta che accade nella storia della democrazia delle Marianne settentrionali. La partita quindi è stata giocata dai repubblicani, che hanno conquistato 9 dei 20 seggi da cui è composta la Camera, dal Conevant Party – liberale, moderato, il partito fondato dal governatore uscente, ex-repubblicano – secondo con 7 seggi, e dagli indipendenti, che hanno preso i restanti 4 seggi (nessun seggio per i democratici, che avevano presentato i loro candidati alla Camera). La partita per il governatore invece non è ancora chiusa: il candidato repubblicano Heinz Hofschneider e il governatore uscente Benigno Fitial hanno preso entrambi il 36 per cento dei consensi, e la legge elettorale prevede un ballottaggio se nessun candidato supera il 51 per cento. Saranno decisivi quindi i voti che a questo giro avevano premiato i due candidati indipendenti, l’ex democratico Juan Pan Guerrero (19 per cento) e Ramon Guerrero (7 per cento). Il ballottaggio tra una settimana.

Il 10 novembre si è votato nuovamente in Moldavia per eleggere il presidente della repubblica. Era l’ennesimo tentativo di porre fine a una situazione di stallo che dura da mesi, precisamente da aprile, a seguito di una legge elettorale da matti (sbarramenti e quorum altissimi) che l’Unione europea ha più volte esortato a modificare. Ad aprile le elezioni politiche furono vinte in modo molto contestato dai comunisti di Voronin, che conquistarono però un seggio in meno dei sessantuno necessari per eleggere il capo dello stato. Dopo due tentativi, celebrati tra aprile e giugno, di raggiungere i sessantuno voti in parlamento a favore di un candidato, si sono disputate nuovamente le elezioni politiche: la costituzione infatti prevede che dopo due scrutini a vuoto l’assemblea venga sciolta. Nuove elezioni, quindi, e maggioranza parlamentare che va agli avversari dei comunisti, il fronte filo-europeo guidato da Marian Lupu: anche stavolta però senza raggiungere i sessantuno seggi di cui sopra. Il primo scrutinio doveva tenersi il 23 ottobre ma è stato annullato perché la costituzione moldava – altro prodigio – non prevede la possibilità che ci sia un solo candidato alla carica. Trovato un secondo candidato, il voto ha avuto luogo il 10 novembre e i quarantotto parlamentari comunisti hanno abbandonato in blocco l’aula, impedendo ai cinquantatre democratici di raggiungere l’agognata quota sessantuno. Il secondo tentativo si terrà alla fine del mese: facesse cilecca anche quello, il parlamento sarebbe nuovamente sciolto e si andrebbe nuovamente alle elezioni politiche, ma bisognerebbe aspettare il 2010: la costituzione non permette di indire elezioni anticipate per due volte nello stesso anno. Un bel casino.

Il 22 novembre si vota in Romania per le elezioni presidenziali e per un referendum costituzionale. I tre principali candidati alla presidenza sono Traian Băsescu, attuale presidente, conservatore, ex-comunista ora filoamericano e soprattutto filoeuropeo, il socialdemocratico Mircea Geoană, già ambasciatore rumeno negli Stati Uniti, uno che ha molto rinnovato il suo partito, e il liberale George-Crin-Laurenţiu Antonescu. I tre non sono molto distanti nei sondaggi, per quanto il presidente uscente conservi ancora un buon vantaggio. Tra i candidati alla presidenza c’è anche il famigerato imprenditore Gigi Becali – gli appassionati di calcio sanno di chi tratta – alla guida di un partito di sua creazione, populista, nazionalista e vicino al neofascismo rumeno: alle ultime politiche non prese manco un seggio ma alle scorse europee ha fatto eleggere un europarlamentare.  In ogni caso, trattandosi di un’elezione a doppio turno, bisognerà attendere il prossimo 6 dicembre per conoscere il nome del prossimo presidente rumeno. Il referendum costituzionale, invece, propone di trasformare il sistema legislativo, unificando Camera e Senato in un’unica assemblea e riducendo il numero dei parlamentari dagli attuali 471 a un massimo di 300.

Il 25 novembre si vota per un referendum a Saint Vincent e Grenadine, un arcipelago delle isole Antille composto da 125 isole. Ai cittadini verrà chiesto di approvare la nuova costituzione, che abolisce la monarchia – il sovrano è, naturalmente, la regina Elisabetta II del Regno Unito – e instaura una repubblica parlamentare. Per entrare in vigore, la costituzione deve essere approvata dai due terzi dei votanti.

Il 27 e il 28 novembre si vota invece in Namibia per le elezioni politiche. Il partito che ha dominato tutte le elezioni democratiche precedenti a questa – e che prevedibilmente dominerà anche stavolta – è il partito Swapo, dove Swapo sta per South west african people’s organization, erede del movimento di liberazione dal colonialismo. Il suo avversario è il National unity democratic organization, forte soprattutto tra gli herero, l’etnia tristemente protagonista del primo genocidio del ventesimo secolo. Alle ultime politiche Swapo conquistò il 75 per cento dei seggi. Stavolta l’obiettivo è, a quanto dicono, ancora più ambizioso:

It is evident that SWAPO Party is hot and strong each and every passing day towards the election and soon all opposition parties will be electro shocked through the ballot box and forever buried in a political scrap yard. It is a well known fact that all peace loving Namibian will always vote for SWAPO Party and SWAPO Party will win all 72 seats in the National Assembly and govern Namibia until the second coming of Jesus Christ, amen.

Gli ultimi cinque turni elettorali del mese si tengono tutti il 29 novembre. Iniziamo dalla Costa d’Avorio, che elegge il suo presidente. Un’elezione prevista inizialmente addirittura per il 2005, ma rinviata di anno in anno a causa della guerra civile. Ora, due anni dopo la tregua firmata nel 2007 e il disarmo di questi anni, le elezioni presidenziali rappresentano un crocevia fondamentale: possono mettere la Costa d’Avorio definitivamente fuori dalle divisioni di questi anni o possono risvegliare vecchie tensioni. Tutti i candidati hanno sottoscritto l’accordo di pace e l’impegno a rispettarlo. L’accordo di pace, tra l’altro, impedisce all’attuale primo ministro, Guillaume Soro, appartenente al fronte dei ribelli, di candidarsi alla presidenza, così da mantenere il governo estraneo alla competizione.

In Guinea Equatoriale, invece, non dovrebbero esserci sorprese. Teodoro Obiang Nguema Mbasogo – il peggior dittatore africano, secondo Slate – è presidente fin dal 1979 e ogni volta viene rieletto con percentuali superiori al 95 per cento. Stavolta dovrebbe accadere lo stesso.

Si vota poi, sempre il 29, in Honduras. Si tratta di elezioni molto discusse e complicate: nelle intenzioni dei golpisti e di parte della comunità internazionale dovrebbero rappresentare una sorta di reset, un modo per mettersi alle spalle la crisi istituzionale di questi mesi e ricominciare da capo (e senza Zelaya). I sostenitori di Zelaya nonché diversi sindacati e organizzazioni internazionali denunciano invece una situazione molto poco adatta a un’elezione con pretese di democraticità, in un paese dove tuttora le più fondamentali libertà civili – di parola, di associazione, di stampa – sono sospese e gli omicidi di esponenti politici di questo o quel partito sono piuttosto frequenti. La costituzione impedisce sia al presidente deposto Zelaya che al presidente golpista Micheletti di candidarsi. L’uomo di Micheletti è Porfirio Lobo Sosa, avversario di Zelaya alle ultime politiche. Il suo principale avversario è Elvin Santos, liberale, che nel 2008 sconfisse lo stesso Micheletti nelle primarie per la candidatura alle presidenziali del partito. Il candidato del fronte antigolpista era Carlos Humberto Reyes, ritiratosi dalla corsa il 9 novembre per non dare legittimità alla competizione elettorale. Tra i candidati anche Bernard Martínez, sindacalista particolarmente critico con Zelaya e primo candidato nero nella storia dell’Honduras, tanto da darsi il più scontato dei soprannomi. I sondaggi danno Sosa in vantaggio su Santos, ma parlano anche di una gran fetta di cittadini che non pensa di recarsi alle urne.

Tre refendum in Svizzera. Il primo sull’istituzione di un divieto di costruire minareti, il secondo sull’istituzione di un divieto sull’esportazione di armi e attrezzature belliche, il terzo sull’introduzione dell’obbligo di investire nel settore dell’aviazione il denaro proveniente dalle tasse sul carburante degli aerei.

Per finire, il 29 si vota pure in Uruguay, per il secondo turno delle elezioni presidenziali tenutesi il 25 ottobre. I due candidati sono i favoriti della vigilia: il socialista ultrasettantenne José Mujica, che ha vinto il primo turno col 48 per cento dei voti, e il conservatore Luis Alberto Lacalle, già presidente dal 1990 al 1995, l’ultimo degli herreristi. La partita più interessante però si è già conclusa e si è giocata negli ultimi mesi nel centrosinistra, all’interno del partito di governo, il Broad front (quello che nel 2004 ha svuotato il tradizionale partito “Colorado”, per tutto il novecento – dittatura a parte – avversario del partito conservatore “Blanco”). L’attuale presidente, Tabaré Vázquez, ha passato l’intera presidenza a mediare con l’ala più estrema della sua larga coalizione, tra concessioni (la rinuncia alla firma di un vantaggioso accordo commerciale con gli Stati Uniti) e personali fughe in avanti (una legislazione molto discussa sull’aborto). Vázquez avrebbe preferito un candidato più moderato di Mujica (che è sostenuto – tra gli altri – dai sindacati e dal partito comunista), magari quel Danilo Astori che Mujica ha sconfitto alle primarie ma ha poi scelto come suo candidato alla vicepresidenza.