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Una vittoria di tutti

A pochi giorni dall’assemblea nazionale che formalizzerà l’elezione a segretario di Bersani, la partita in questo momento si gioca sulle nomine negli organismi interni. Sta prendendo corpo quella che Bersani definisce «gestione plurale» e altri riconducono all’«accordone» di cui si è a lungo parlato, anche da queste parti. Dario Franceschini sarà quasi certamente il capogruppo alla Camera, incarico che peraltro ha già ricoperto dal 2006 al 2007. Fassino, Gentiloni e Fioroni saranno riconfermati a capo dei dipartimenti tematici estero, comunicazioni e scuola, ma la loro sorte rischia di essere in qualche modo legata a quella di Rosy Bindi, attuale vicepresidente della Camera, la cui elezione alla presidenza del partito è tutt’altro che certa. I franceschiniani infatti si sono messi in mezzo, avendo dalla loro l’argomento piuttosto forte del codice etico, che recita:

­Le donne e gli uomini del Partito Democratico si impegnano, in particolare, a […] assolvere con competenza, dedizione e rigore le funzioni ricoperte, senza cumulare incarichi che precludano di svolgere compiutamente la responsabilità affidata, evitando in particolare, di […] cumulare una funzione monocratica interna al partito con la titolarità di una carica istituzionale  monocratica  di  equivalente  o  analogo livello territoriale, fatta eccezione per l’incarico di Presidente del Consiglio dei Ministri.

Naturalmente i franceschiniani non hanno la faccia tosta di chiedere anche la presidenza del partito ma chiedono che Rosy Bindi si dimetta, così da liberare una casella particolarmente prestigiosa per uno dei loro e trattare ancora sui dipartimenti. Intanto si cercano incarichi di consolazione per Enrico Letta, che sperava sulla presidenza del gruppo alla Camera, e si riempiono le caselle di segreteria ed esecutivo. La segreteria sarà composta da gente più o meno giovane e probabilmente coordinata da Penati, l’esecutivo dovrebbe comprendere i big del partito.

La strategia di Bersani è quella di sistemare i suoi potenziali avversari così che non possano logorarlo con polemiche pretestuose o fare i tiratori liberi, trovandosi esclusi dalla gestione del partito. Date le condizioni di questo partito, però, dovute storicamente più alle logiche di posizionamento dentro un unanimismo forzoso che a un sano e trasparente dibattito politico, la sensazione è che il tentativo possa non servire a molto. Da un lato la minoranza sconfitta alle primarie non sembra intenzionata a lasciare in pace Bersani (a meno di una settimana dal voto abbiamo già la formalizzazione associativa di due correnti, Area Democratica e Semplicemente Democratici, nonché decine di dichiarazioni particolarmente polemiche), dall’altro la strategia utilizzata da Bersani per determinare la «gestione plurale» – dare poltrone a tutti, così che tutti siano contenti – rischia di determinare notevoli distorsioni (uno vota Bersani e si ritrova interi dipartimenti affidati a Fassino, Fioroni e Gentiloni) nonché una moltiplicazione degli incarichi: si parla di grandi trattative intorno ai due vicesegretari di cui Bersani potrebbe dotarsi e qualcuno sostiene che persino alla presidenza del partito potrebbero essere collegati uno o due vicepresidenti. Lo stesso numero dei dipartimenti tematici, poi, potrebbe salire vertiginosamente. Tutto questo mi ricorda qualcosa, e fu un qualcosa che non finì affatto bene.