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Forse è l’uomo giusto, di certo è il momento sbagliato

Scrive Claudio Cerasa, a proposito della candidatura di Massimo D’Alema a ministro degli esteri europeo:

È vero: il Financial Times non l’ha neppure messo nella lista dei cinque candidati papabili per il ruolo di ministro degli esteri europeo ma dalle parti di D’Alema i ragionamenti che si fanno per spiegare come l’ex premier sia in fondo un candidato con buone possibilità di successo sono questi. Primo: non esiste alcun altro candidato per il ruolo che sia stato già premier ed ex ministro degli esteri. Secondo: il più fiero avversario di D’Alema dovrebbe essere Miliband, ministro degli esteri inglese, ma dato che il “ruolo di ministro degli esteri d’Europa è in fondo un ruolo da politici prossimi alle pensione” (sono battute dei dalemiani stessi eh) non si capisce per quale mischia di ragione uno come Miliband che fa già il ministro degli esteri nel suo paese e che ambisce a essere il nuovo Blair, il nuovo leader del Labour e il nuovo fenomeno della politica inglese si debba andare a rinchiudere in quelle stanze europee oggi tanto ambite ma che sotto sotto rischiano di essere un pochino da sfigati.

In realtà, purtroppo per D’Alema, si capisce. David Miliband è in pista da troppo tempo come l’enfant prodige della politica britannica, l’erede di Blair, il volto nuovo del Labour, eccetera. Non si può fare la giovane promessa per tutta la vita, non quando da quattro anni tutti indicano te come il futuro leader. Quando, molto presto, David Cameron sarà primo ministro, tutti nel Labour si volteranno verso David Miliband, che non potrà fare a meno di raccogliere la sfida, logorarsi in una lunga battaglia coi suoi principali avversari per la leadership – Balls, Purnell, Johnson – e tentare di batterli. Il tutto – ammesso che gli riesca – per poi sfidare Cameron dopo appena una legislatura, in un paese abituato a cicli di governo molto lunghi e con questi ultimi due disastrosi anni laburisti (con Miliband tutt’altro che ai margini) tatuati nella memoria dei britannici. Miliband è condannato a tutto questo, a meno di non trovarsi un’altra cosa da fare. L’ideale sarebbe un incarico importante e prestigioso, così da non dare l’idea di essere uno che fugge davanti alle competizioni e incrementare la propria esperienza e la propria presenza nel dibattito nazionale e internazionale. Magari anche nelle istituzioni europee, così da non essere costretto al manicheismo della battaglia coi conservatori e guadagnare credibilità e popolarità in patria. Meglio ancora, infatti, se si trattasse un ruolo al quale essere eletti grazie al sostegno compatto dell’intera classe politica del proprio paese, che vanterebbe quell’elezione come una vittoria di tutti. Sarebbe perfetto, infine, se si trattasse di un incarico della durata abbastanza estesa da andare oltre la prossima elezione. Vi vengono in mente posti che abbiano queste caratteristiche?