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Questioni di principio

Il senatore Joe Lieberman – dalla storia lunga, articolata e politicamente versatile, diciamo – ha annunciato di non essere disposto a votare la legge di riforma sanitaria che il Senato si accinge a discutere (con public option in versione “opt out”: i vari stati avranno quindi la possibilità, se vogliono, di tirarsene fuori). Non solo: Lieberman dice pure di essere pronto a unirsi alle azioni di ostruzionismo che i repubblicani metteranno in campo nel tentativo di ostacolare l’iter della riforma. Questa notizia, secondo me, fa il paio con quella uscita qualche giorno fa secondo cui Nancy Pelosi si sarebbe convinta che alla public option serve un altro nome: quello attuale sarebbe ormai oggetto di uno scontro politico talmente polarizzato che non se ne esce. Per i democratici è diventata il pilastro necessario a ogni ipotesi di riforma, per i repubblicani la summa di ogni male: inutile dire che non era né l’uno e né l’altro. Questo è quello che capita quando determinate parole diventano delle bandiere: smettono di essere delle posizioni politiche e diventano solo e soltanto dei simboli. È il momento in cui si smette di discutere di politica e si inizia a fare puro posizionamento, perché nessuno si mette a discutere sulle bandiere: o si sventolano o si bruciano.

Nell’ambito della politica italiana, questa cosa capita praticamente tutte le volte che si discute attorno delle questioni che riguardano la laicità dello stato (anzi, da qualche tempo attorno a tutte le questioni e basta). Non c’è speranza di discussione o di confronto, non esiste la possibilità o il tentativo – a parte qualche volenteroso – di far cambiare idea al prossimo con una semplice argomentazione razionale: si confrontano due opposte tifoserie. L’una dirà sempre di no all’altra. La bocciatura della legge sull’omofobia, per fare un esempio, risponde esclusivamente a questa logica da ultras: nessuno si fa mai scappare l’occasione di bruciare la bandiera avversaria. Poi sucedono anche cose più perverse. Ai tempi dell’ultimo disgraziato governo Prodi, un manipolo di parlamentari cercava di lucrare consensi e posizionamento proponendo con una certa frequenza votazioni su cose sulle quali non esisteva (purtroppo) una maggioranza parlamentare, in modo del tutto estemporaneo e scoordinato, con l’unico obiettivo di mettere in difficoltà la maggioranza e far vedere quanto erano duri e puri, loro. Altre volte la cosa succede in modo più spontaneo e meno strumentale, perché un gruppo di cittadini riesce a concentrare l’attenzione su un tema o su una misura trasformando la propria istanza (anche) in una battaglia simbolica. Che lo facciano lobby e gruppi di pressione è inevitabile. Il guaio è quando questa cosa iniziano a farla i politici.