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Il segretario di tutti, ma tutti tutti

Ieri Franceschini ha spiegato – davanti ai miei occhi – cosa intende per “lodo Scalfari”:

Il principio è che l’assemblea del 7 novembre ratifica il vincitore delle primarie: si va in assemblea [facendo il gesto dell’alzata di mano] e tutti confermano il vincitore delle primarie.

Ora, lo statuto del Pd stabilisce che viene eletto segretario chi porta con sé almeno il 51 per cento dell’assemblea nazionale. Nessuno ha alcun dubbio sul fatto che chi prende un voto in più alle primarie, anche se non arriva al 51 per cento, è il legittimo segretario del partito. Se davvero i due sconfitti dovessero mettersi d’accordo per far fuori il primo, ne penserei ogni male e giudicherei la mossa come la morte definitiva del Partito Democratico. Resta però il fatto che bisogna arrivare a quel famoso 51 per cento in assemblea. Ci sono due strade per arrivarci. La prima è l’accordo politico del vincitore con uno dei due sconfitti. Potrà non andarvi a genio – a me non andrebbe, se dovesse coinvolgere Marino – ma è una delle ipotesi. L’altra strada è quella proposta da Franceschini: si va in assemblea e si vota “per acclamazione” un segretario che nei fatti è privo del consenso della maggioranza del partito. Non credo ci sia bisogno di spiegare quale strada è meglio dell’altra. Da una parte c’è un accordo politico, basato su una trattativa e una formalizzazione finale: potrà essere più o meno dignitoso o trasparente, e molto dipende da come si comporteranno le parti, ma sarebbe un fatto. Una cosa che si potrebbe giudicare, discutere, eccetera. Dall’altra parte c’è un voto corale di tutto il gruppo dirigente a un segretario di minoranza che sarebbe poi costretto a siglare tanti altri innumerevoli piccoli accordi per far contenti tutti, o almeno per far contenta abbastanza gente da non essere sfiduciato dopo una settimana (commissariato lo sarebbe già, dal primo istante). Il nuovo segretario sarebbe privo di una vera legittimazione e frutto per l’ennesima volta di quell’unanimismo di facciata dietro il quale si nascondono le cause dell’immobilismo e della staticità di questo partito. A Franceschini questo tipo di impostazione conviene, un po’ perché sa di essere spacciato e un po’ perché in fondo non sarebbe così diverso da come è stato in questi sette mesi, in cui ha avuto il sostegno di tutto il gruppo dirigente. Al Pd e al paese converrebbe molto meno.