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Niente che non sappiamo già

Dello stato dell’università italiana si parla con frequenza abbastanza regolare: ogni volta che gli studenti decidono di occupare una facoltà, ogni volta che questo o quello studio mostra gli atenei italiani nei bassifondi di qualsiasi classifica, ogni volta che l’intero sistema è oggetto di una riforma, cosa che negli ultimi anni è accaduta più volte. Fatte salve le analisi e gli approfondimenti di illustri esperti e opinionisti, delle manifestazioni degli studenti viene spesso dato conto per enfatizzarne gli aspetti più rumorosi e tratteggiare, tutte le volte, improbabili paragoni con altre manifestazioni del passato. Capita più di rado che si chieda ai ragazzi di raccontare quali sono le cose che non vanno, metterle in fila liberi dal recinto delle “piattaforme politiche” e dalle semplificazioni della piazza. Se sei uno studente universitario in Italia, oggi, quali sono le tue preoccupazioni?

Il quadro che ne viene fuori è sconsolante e drammatico, per la vastità dei problemi e per come le relative responsabilità sono spartite tra gli atenei, gli enti locali e il governo nazionale. «Di fatto», spiega Roberto Coppeto, 21 anni, dell’Unione degli Universitari di Roma, «ci sono due ordini di problemi: quelli collegati all’assenza di un sistema di welfare per gli studenti e quelli relativi alla didattica». Il primo ambito è quello che ha direttamente a che fare con la vita dei ragazzi: dove dormire, dove mangiare, quanti soldi essere costretti a spendere. Da Lecce a Firenze, da Bologna a Palermo, la storia non cambia: le mense insufficienti e complicate da raggiungere; pochi gli alloggi ed esorbitanti gli affitti, quasi sempre in nero; la disparità nel trattamento che viene riservato dagli enti locali agli studenti fuori sede, considerati spesso alla stessa stregua dei turisti.

Sul piano della didattica, poi, i tagli imposti dall’ultima riforma hanno peggiorato un quadro già piuttosto deprimente. «Diversi corsi rischiano di chiudere, altri hanno già chiuso», spiega Giuseppe Martelli, 24 anni, dell’Udu di Firenze. E spostarsi da un corso all’altro non è mai stato così complicato. «Paradossalmente è più facile fare un trasferimento da Firenze a Stoccolma che tra due facoltà dello stesso ateneo». Ogni aspetto della didattica è caratterizzato dalla presenza di tortuose burocrazie: trovare informazioni sui corsi, inseguire gli appelli, conoscere i servizi offerti dalla propria facoltà può essere ancora un’impresa, nonostante tutti gli atenei siano da tempo dotati di un sito internet. Sarà contento chi pensa che l’università debba preparare gli studenti all’ingresso nel mondo delle professioni: tra inefficienze, vessazioni, burocrazie sfinenti e ingiustizie conclamate, gli studenti che riescono a laurearsi non potrebbero essere più pronti di così per il mercato del lavoro italiano.

(per l’Unità di oggi, pagina 24)