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What kind of day has it been

Vuoi per il luogo difficilmente raggiungibile che ha scoraggiato simpatizzanti e curiosi, tenendo alla larga i contestatori dell’assemblea che elesse Franceschini a febbraio, vuoi per la formula light che ha visto salire sul podio solo i tre candidati alla segreteria, l’impressione largamente condivisa è che si sia trattato di un congresso in tono minore. I tre candidati hanno preso la parola secondo l’ordine di presentazione delle rispettive mozioni, rivolgendosi alla platea per quaranta minuti ciascuno. Una formula ben diversa dai congressi di Ds e Margherita, che ospitavano giorni di discussione e davano la possibilità di votare ordini del giorno e mozioni tematiche. Se la presentazione di documenti programmatici era impedita dalla natura della convenzione (lo statuto prevede che l’organo sovrano, in questo senso, sia l’assemblea eletta dalle primarie), sembra che con la decisione di far parlare soltanto i candidati si sia voluto evitare il rischio che uno o più big oscurassero i candidati, nonché scongiurare un nuovo «caso Serracchiani», un intervento inaspettato che trascinasse la platea attaccando la dirigenza, magari approfittando delle recenti polemiche sulla presenza in aula dei parlamentari del Pd durante le votazioni sullo scudo fiscale.

Con la sobrietà e il rigore che ne fanno ormai il marchio di fabbrica, Pierluigi Bersani ha dedicato molta attenzione alle ricadute della crisi economica sui ceti più poveri. «La priorità assoluta e immediata è quella di portare risorse sui redditi medio-bassi, su chi sta perdendo il lavoro, su chi ha superato la soglia di povertà». Poi un nuovo patto economico con le piccole imprese, investimenti su scuola e università, riqualificazione del sistema sanitario, passando per il punto di forza dell’attività di governo di Bersani: la lotta alle corporazioni. «È tempo di un’offensiva liberale per aprire mercati regolati in molti settori dell’economia oggi strozzati da sistemi corporativi». Molto significativa la riflessione sul problema del populismo. «È penetrato in profondità», ha sostenuto l’ex ministro, «il progressivo indebolimento di ogni istituto di mediazione tra popolo e governo, l’idea che il consenso debba prevalere sulle regole». In chiusura, un riferimento al “senso” da trovare a questa storia, come recita lo slogan della sua campagna: «Se ti metti dalla parte dei deboli, dei subordinati, di chi lavora, di chi produce, puoi fare una società migliore per tutti».

Dario Franceschini ha fatto sicuramente il discorso più applaudito, sebbene solo il 37 per cento dei delegati fosse appartenente alla sua mozione. Il segretario uscente è stato l’unico dei tre a parlare a braccio, facendosi guidare da una scaletta preparata a casa durante la giornata di ieri. In apertura, una mano tesa ai suoi sfidanti: «Se il 25 ottobre avrò la fortuna di restare segretario, le prime due persone che chiamerò a lavorare con me saranno Bersani per le sue competenze economiche e Marino per le sue competenze scientifiche». Poi un passaggio applauditissimo sugli attacchi del premier alle istituzioni, e una grande difesa delle primarie, con una stoccata a Massimo D’Alema: «Sono stati proprio gli iscritti a chiedere il coinvolgimento degli elettori: i primi a rispettare il risultato saranno proprio gli iscritti che amano questo partito indipendentemente da chi sarà chiamato a guidarlo. Se sarò eletto non toglierò mai le primarie per la scelta del segretario». Molto chiaro sulle alleanze – «Non vorrei che il contrasto alla vocazione maggioritaria ci porti a diventare un partito a vocazione minoritaria» – anche Franceschini ha dedicato grande attenzione ai temi sociali .«La scelta più colpevole di questo governo è stata quella di aver pensato di affrontare la crisi occultandola, senza mettere in campo misure per affrontarla».

L’outsider, Ignazio Marino, ha scandito il suo discorso attraverso diverse citazioni, da Tocqueville al cardinale Martini, da Che Guevara a John Fitzgerald Kennedy, da Anthony Giddens ad Aldo Moro. «Qualunque sarà il risultato del congresso», ha detto il senatore del Pd, «il mio ruolo è quello di contribuire a un rinnovamento radicale». A cominciare dai segmenti più compromessi della classe dirigente del partito. «Possiamo continuare ad accettare che le classi dirigenti di alcune regioni del sud, che non si sono mostrate all’altezza del loro mandato, siano ancora considerate come forze di riferimento irrinunciabili? Io credo che l’antipolitica sia da contrastare», ha concluso Marino, «ma dobbiamo iniziare da noi». L’accento sul rinnovamento viene replicato anche nell’analisi delle misure da adottare per rilanciare occupazione e opportunità. «In Italia più si invecchia più si guadagna, mentre in tutti gli altri paesi europei e occidentali la curva del reddito segue la naturale produttività della vita». A conferma della qualità del suo intervento, gli applausi che Marino ha raccolto da moltissimi delegati, sicuramente molti di più di quel 7 per cento di sostenitori della sua mozione.

Conclusi i tre discorsi, qualche comunicazione organizzativa e tutti a casa: la sala si svuota di nuovo, i pullman si riempiono, i delegati tornano a casa portando con sé volantini, adesivi e bandiere in vista del 25 ottobre. Il giorno in cui si deciderà il nome del terzo segretario in due anni di vita del partito. Con la speranza che stavolta duri un po’ di più.