Questo sito contribuisce alla audience di IlPost

Stiamo calmi

Ho già scritto in passato di quanto non abbia particolari simpatie per il Dalai Lama né per le sue istanze diverse dalla semplice richiesta di libertà di vivere in pace, che può tranquillamente essere estesa a tutti i cinesi. Sono stato particolarmente critico col governo Prodi quando decise di non incontrare il leader spirituale tibetano, perché quella decisione era fondata esclusivamente su ragioni commerciali e sull’estorcere condizioni favorevoli per i contratti di tre o quattro grossi gruppi industriali italiani. Nel caso di Obama, però, mi sembra che la situazione sia leggermente diversa. Siamo tutti dispiaciuti per il fatto che Obama abbia rinviato a dicembre la photo-op col Dalai Lama, ma il motivo non è un generico “gli affari” o “i soldi”. Obama andrà in Cina tra breve per cercare di convincere Hu Jintao a fare delle cose piuttosto importanti che hanno a che fare molto più coi diritti umani che con “gli affari”: il via libera alle sanzioni sull’Iran, le pressioni sulla Corea del Nord e addirittura – ma è solo una voce, per ora – l’invio di un contingente cinese in Afghanistan. Tutte e tre le cose sono molto importanti e rischiano di saltare, con tutte le conseguenze del caso, davanti a un gesto che avrebbe come unica conseguenza rilevante quella di far innervosire la Cina. Mi rendo conto che gli oppressi ne sarebbero confortati, qualora avessero notizia dell’incontro: mi rendo conto anche che non è poco, ma penso sia giusto ricordarsi che non è sufficiente. Poi uno decide cosa gli interessa di più ed è legittimo pensare che sia più giusto o funzioni meglio un’altra strategia. Io non lo so. Però le cose sono molto più complicate del manicheismo con cui di solito si affrontano queste vicende. Anche perché otto anni di fotografie con Bush e medaglie al Dalai Lama hanno prodotto nessun passo avanti e moltissimi passi indietro su tutti i fronti caldi che vedono un ruolo importante e un’influenza della Cina: Birmania, Iran, Corea del Nord, eccetera. E la situazione dei tibetani, ovviamente, non si è spostata di un millimetro rispetto a dov’era prima (anzi, forse è peggiorata).