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Calma e gesso

Con tutto il rispetto, non date retta a quello che hanno scritto i giornali italiani sul presunto “primo stop” della riforma sanitaria. Capisco la necessità del titolo a effetto e della spiegazione semplice, ma fortunatamente le cose sono molto più articolate – e meno preoccupanti – di quanto ha scritto Rampini su Repubblica. È successo semplicemente che due senatori componenti della commissione finanze – Rockefeller e Schumer – hanno presentato due emendamenti volti a introdurre la public option nella proposta Baucus. Non c’era alcuna speranza che quegli emendamenti passassero, dato che la stessa proposta Baucus è stata frutto di una lunghissima mediazione con quegli stessi senatori ed è noto da mesi che la public option non ha i numeri per passare in quella commissione, forse nemmeno al senato. D’altra parte, Obama non ha fatto niente per sostenere quei due emendamenti ed è buffo pensare che dopo mesi di gran battaglia la strategia dei democratici favorevoli alla public option sia sperare che in una settimana Nelson o Snowe cambino idea così, per miracolo. Per non parlare del fatto che Obama ha detto innumerevoli volte che per lui la public option non è imprescindibile, che si può fare una buona riforma anche senza e che quello che gli interessa è ridurre i costi e dare più possibilità di scelta agli americani, con qualsiasi mezzo. I voti di ieri si devono quindi esclusivamente all’intraprendenza e all’iniziativa individuale di due senatori che hanno deciso di provare comunque a inserire una misura importante ma non cruciale, sapendo già che sarebbero andati a sbattere contro un muro: per non lasciare niente di intentato e per farsi un po’ di pubblicità nei loro distretti superliberal.

In tutto questo, la riforma sanitaria è ancora lì e procede. Dopo diverse ore di discussione, la proposta Baucus è ancora intatta. Qualcosa sicuramente cambierà e ci saranno delle modifiche da qui all’approvazione di un testo finale da parte del senato. A quel punto, semplificando, una commissione bicamerale dovrà produrre un testo unitario, mettendo insieme la proposta del senato con quella della camera – che contiene la public option, cui grande sponsor è la speaker Nancy Pelosi. Molto probabilmente si finirà per scrivere da zero un nuovo testo, e trovare in quella sede un compromesso generale. È in quel momento che si decideranno le sorti della riforma sanitaria e della public option. Mettendo la parte la scaramanzia, al momento la cosa più probabile è che la riforma passi, prima della fine dell’anno: i democratici hanno di nuovo sessanta voti in senato, con l’anno nuovo ricomincia la campagna elettorale e tutti vogliono risolvere questa cosa il prima possibile. Inoltre, ci sono diverse strade per portare a termine l’iter legislativo anche senza la supermaggioranza, solo con 51 voti. È invece improbabile, per quanto assolutamente non impossibile, che passi la public option, e in questo senso il voto di ieri non ci dice niente che non sapevamo già e non compromette tutto il resto. Il destino della public option dipende da quanto Obama vorrà e potrà investirci nel momento decisivo e soprattutto da quale strada legislativa sceglieranno i democratici. Tutto è ancora in gioco, esattamente come ieri e l’altroieri.