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Razzismo percepito

Qualche tempo fa avevo scritto dello strano strabismo linguistico per cui in tanti non si fanno problemi a prendere in giro Brunetta o Berlusconi per via della loro altezza, ma troverebbero probabilmente intollerabile chiamare Obama “psiconegro” o Grillini “Al Frocione”. Qualche giorno fa una pur illustre firma di Repubblica, Francesco Merlo, ha scritto un pezzo stracolmo di riferimenti più o meno allusivi, rancorosi e per nulla divertenti all’altezza di Brunetta, alla bruttezza di Bondi, al “conto aperto” che avrebbero con la natura e che sarebbe causa del loro malgoverno. Fortunatamente il giorno dopo Guido Vitiello l’ha rimesso a posto, sul Riformista. L’articolo di Merlo ovviamente sta sul sito di Micromega (sapete la storia delle mosche, no?). L’articolo di Guido Vitiello online non c’è, quindi lo trovate dopo il salto.

Il metodo Merlo contro i repressi del Pdl
di Guido Vitiello, Il Riformista

Si può anche scrivere da Parigi, citare Stendhal e aver fama di penna sopraffina: ma non ci son santi, quando si riconduce la cattiva politica a malformazioni e difetti fisici – sia pure con un argomentare tortuoso, ellittico, ammiccante – le narici più addestrate avvertono un lezzo antico e tutt’altro che gradevole, che se non è proprio da libellistica “nera” poco ci manca. È il caso dell’articolo di Francesco Merlo su Repubblica del 14 settembre, “I ministri dell’Astio e l’assalto alla cultura”. Poco conta che il punto d’avvio di Merlo sia ineccepibile – e cioè che Bondi, Brunetta e altri parlino spesso a sproposito, e con un sovrappiù di bile – e ancor meno conta il merito del dibattito sulla cultura, già che con la sua spacconeria il ministro della Pubblica amministrazione riesce infallibilmente a sabotare anche le mezze verità in cui gli capita di inciampare.Per l’opinionista di Repubblica il punto è un altro: i due ministri hanno «un conto aperto con la natura e la società» – Brunetta perché è nano, Bondi probabilmente perché è pelato – e questo svantaggio fisico, unito a qualche falla sociale, si traduce in un protervo desiderio di rivalsa, a spese di tutti quelli con cui la natura è stata più generosa (di centimetri e capelli). Nella galleria di ritratti dei suoi padri nobili la sinistra può dare il benvenuto a un volto nuovo, quello di Cesare Lombroso, ingentilito da un tocco di psicoanalisi. È la nemesi del berlusconismo: tanto il Cavaliere ci ha ossessionati con il suo corpo, i suoi trapianti, i suoi lifting, che finiremo per sottoporre i candidati a un esame antropometrico, con in mano il compasso del frenologo – non sia mai che i brutti e i deformi vogliano inquinare la vita pubblica con i loro risentimenti.

La maldicenza insiste, batte la lingua sul tamburo: Bondi e Brunetta sono per Merlo «giganti in esilio dentro corpi politicamente troppo angusti». Specie il secondo, un «sovrauomo» che «non sopporta la bassezza degli indici di produttività» – altra gomitatina di ammiccamento, altra risata – e che come il Giudice di De Andrè deve rivalersi sul mondo per la sua taglia ridotta. Perché stupirsene, d’altronde? La storia, assicura Merlo, è prodiga di esempi: Brunetta attacca la Cultura (o bisognerebbe dire, con Fumaroli, le maestranze dello Stato culturale?) proprio come faceva Goebbels, il quale – guarda caso – «era piccolo, nero e zoppo». Naturale che Bondi il pelato sia della partita, giacché il coniatore della famigerata espressione “culturame”, Mario Scelba, «era calvo e rotondo come un arancino».

Ripreso da tutta una galassia di siti e di blog, l’articolo è stato applaudito dagli stessi che saltan su tutte le furie – spesso a ragione, quasi sempre con un sospetto eccesso di pedanteria – se Berlusconi assesta qualche battutaccia su minoranze e categorie svantaggiate. Spiriti nobili che, senza batter ciglio, non riescono a menzionare il ministro Brunetta senza chiamarlo «nano malefico» e tutti i giorni non riescono a rimproverare di meglio a Giuliano Ferrara se non la sua obesità (anche se il direttore del Foglio, uomo di spirito, continua imperterrito a firmarsi con un elefantino come già fece Otto Neurath). Finché a pescare in questo arsenale erano uomini della destra più becera gabellati per progressisti come Marco Travaglio, finché questi umori allignavano tra le file di quel Partito Unico dei Rosiconi che è l’Italia dei Valori o erano appannaggio di rozzi propagandisti come Grillo, con i suoi «Alzheimer» e i suoi «nano bavoso», ci si poteva voltare dall’altra parte, tutt’al più con qualche amarezza per le cadute di stile come il «mini-ministro» di Furio Colombo e l’«energumeno tascabile» di Massimo D’Alema. Ma che sia Merlo a dare l’avallo a tutto questo, senza neppure l’alibi della satira, e a ricamarci sopra una psicopolitica miserella che fa rimpiangere la «teoria dei brevilinei» di Amintore Fanfani, questo proprio no: come si dice, corruptio optimi pessima, nulla è peggiore della corruzione dei migliori. Tanto più che il corollario del ragionamento è un insidioso boomerang: se i nani rischiano di diventare biliosi, bene fa Berlusconi a candidare veline e soubrette, la loro primavera di bellezza certo le preserverà dal rancore.