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Back on track

Con la pausa dei lavori del congresso che si avvia alla conclusione, diversi commentatori statunitensi si chiedono come farà Obama a dare nuovo slancio al suo progetto di riforma sanitaria e a uscire dalla palude delle polemiche e dei veti incrociati a cui è stato sottoposto durante l’estate.

“La riforma Obama 1.0 è morta”, scrive Charles Krauthammer sul Chicago Tribune, “ma c’è ancora una strategia che i democratici possono mettere in piedi, se sono abbastanza intelligenti. Mollare l’opzione pubblica, le consulenze per il fine vita e i comitati governativi di supervisione: in generale, mollare l’idea della riforma come strumento per ridurre i costi. Promettere solo e soltanto vantaggi. Promuovere una copertura universale e sicura, attraverso una nuova legge – la riforma Obama 2.0 – che protegga i cittadini e faccia sì che nessuno possa mai restare senza assicurazione. Le compagnie assicurative ricevebbero in cambio milioni di nuovi clienti in più e maggiori rimborsi da parte del governo”.

Insomma, il sogno di ogni liberal – la copertura sanitaria universale e garantita – ma senza nazionalizzazione. Dov’è la fregatura? “Questo schema manderà fuori da ogni controllo la spesa del governo. Le conseguenze finanziarie saranno catastrofiche, ma non appariranno immediatamente e tutte in una volta. Quando lo faranno, la soluzione sarà una sola: razionare. Nessuno farà resistenza perché l’unica alternativa sarebbe rinunciare ai benefici introdotti: una volta accordata, però, la copertura sanitaria universale non è rinunciabile. Non si torna indietro. Guardate al Canada. Guardate alla Gran Bretagna. Ci sono cascati, ora razionano. Così faremo noi”.

Eugene Dionne su The New Republic è più ottimista, e crede che l’attuale progetto di riforma possa ancora essere approvato. “Nonostante i fatti di quest’estate, i sostenitori della riforma sono messi meglio di quanto non fossero i loro omologhi degli anni novanta. Obama ha un anno di anticipo rispetto alle tappe percorse dall’amministrazione Clinton e più tempo per organizzarsi e rafforzarsi in vista delle elezioni di metà mandato. Se vuole vincere, però, dovrà essere più chiaro riguardo gli obiettivi della sua battaglia. La strada verso un buon compromesso non è lastricata di concessioni premature e posizioni vaghe. L’amministrazione ha bisogno di invidivuare alcuni obiettivi chiari e comprensibili, e trattare da una posizione di forza”.

Il New York Times osserva l’aspetto procedurale della questione: come far passare la legge al senato e alla camera? Nell’impossibilità, specie dopo la morte di Ted Kennedy, di raggiungere i 60 voti al senato, puntare o no sulla “procedura di riconciliazione”, che permetterebbe alle parti della legge legate al budget di essere approvate con soli 51 voti aggirando l’ostruzionismo?

“Di certo la riconciliazione è l’approccio più rischioso e meno desiderabile per approvare la riforma sanitaria. L’unico approccio peggiore sarebbe avanzare proposte più modeste nella speranza di conquistare la benevolenza dei repubblicani. È quasi impossibile che si compia il miracolo di raccogliere un ampio consenso a favore di una soluzione completa o convincere uno o più repubblicani a rompere la loro linea di ostruzionismo. Se il miracolo non dovesse accadere, i democratici non potranno far altro che tentare di far passare la riforma attraverso il voto di maggioranza”.

(per Internazionale)