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La sicurezza (di sé)

Ritorno sul discorso sulla sicurezza, perché alcune delle osservazioni che ho ricevuto a proposito mi danno modo di fare un discorso un po’ più largo e per me molto importante. Qualcuno mi ha scritto che, per quanto condivisibili, le cose che ho detto non si discostano molto dalle cose che il centrosinistra dice da anni sulla questione sicurezza, coi risultati che conosciamo sia in termini di risultati ottenuti sul campo che in termini di efficacia comunicativa. Penso che sia questo vero solo in parte, e comunque non sia il punto centrale. Mi spiego.

Penso che sia vero in parte perché, pur con le necessità di sintesi richieste da un discorso di cinque minuti, le cose che ho detto non avrebbero trovato d’accordo una grossa e del tutto trasversale fetta della sinistra italiana, dei suoi elettori e della sua classe dirigente. Le frontiere da aprire invece che chiudere, l’esercito da utilizzare contro la criminalità organizzata, il sistema carcerario da riformare e i diritti delle persone detenute da rispettare. Nonché il ribaltamento completo dell’approccio storico della sinistra sull’integrazione, centrato da sempre su un multiculturalismo subalterno e politicamente corretto che parla alle comunità, alle culture e non alle persone, ponendo così le condizioni perché si perpetuino discriminazioni, ghettizzazioni, disagi, arretratezze – e quindi crimine e insicurezza. Altre ce ne sarebbero state da dire, se non avessi potuto parlare solo cinque minuti: si poteva entrare nel dettaglio della riforma della giustizia, parlare di separazione delle carriere e ruolo dei giudici (a proposito di certezza della pena e durata dei processi, leggete oggi cosa racconta il Corriere del metodo di lavoro di Clementina Forleo, per dirne una). Si poteva parlare di recidiva e di politiche per combattere la microcriminalità, di come applicare principi e strumenti di cittadinanza attiva senza distorcerli nella retorica paramilitare delle ronde, di come interi settori criminali siano ormai sotto il diretto controllo di gruppi non italiani e di come questo richieda strumenti di polizia e controllo del territorio diversi da quelli di un tempo. E l’elenco potrebbe continuare, ovviamente.

Ma il punto non è questo. Il problema centrale della sinistra italiana in questi anni, quello davvero determinante, non è stato la qualità della sua proposta. Leggetevi il programma del Pd del 2008. Ci sono certamente diversi settori in cui il centrosinistra dovrebbe promuovere idee e visioni più innovative ed efficaci, dal mercato del lavoro alle politiche dell’istruzione, e via discorrendo. Ma solo chi è cinico o in malafede può ripetere il mantra scemo per cui “tra centrosinistra e centrodestra non c’è alcuna differenza”. Possiamo discutere di quando e come e perché queste differenze siano cambiate (sarebbe interessante, a questo proposito, notare come secondo uno schema classico il ministro dell’economia più di sinistra degli ultimi tempi si chiami Giulio Tremonti), ma non del fatto che la proposta politica del centrosinistra sia stata, con tutte le sue mediocrità e incertezze e pavidità, sensibilmente differente e migliore di quella del centrodestra. Non fosse altro perché quella del centrodestra è stata tragica. A dimostrazione di questo basterebbe leggere i programmi elettorali di Berlusconi del 2006 e del 2008, nonché scorrere lo score del suo quinquennale governo. Difficilmente si potrebbe immaginare una proposta politica più mediocre e compassata: un governo che è riuscito nell’impresa di peggiorare tutto il peggiorabile. Tasse più alte, spesa pubblica più alta, debito pubblico più alto, servizi di qualità peggiore, nessuna innovazione da nessuna parte, nessun nodo risolto, tutti i problemi aggravati. Un governo che non ha nemmeno senso discutere se di destra o di sinistra, data la sua conclamata mediocrità: se in un paese con i problemi dell’Italia si ricordano di te solo le leggi sugli affari del premier, la patente a punti e il divieto di fumo, qualcosa non va. So già cosa state per dire: ma Berlusconi vince grazie alla propaganda. Ecco. Benvenuti.

Tutti vincono grazie alla propaganda. Propaganda vuol dire convincere gli elettori che hai ragione. Vuol dire inventarsi idee per parlar loro in modo efficace e convincerli che le tue idee sono le migliori. Vuol dire creare consenso, e il principio della creazione del consenso come requisito fondamentale per ogni proposta politica è uno dei fondamenti della democrazia, non un’invenzione di Berlusconi. Quando un politico non vince grazie alla creazione del consenso bensì a causa dei disastri dei suoi avversari (vedi quanto accaduto a Prodi nel 2006), la sua esperienza governativa non può che essere travagliata e breve: passata la luna di miele il gelato si scioglie. Propaganda. Persuasione. Convincere. Una sfida che la sinistra italiana ha completamente abbandonato, un po’ per snobismo e pigrizia, un po’ perché si è pensato di aggirare l’ostacolo scimmiottando chi il consenso ce l’ha, un po’ perché da anni le campagne elettorali della sinistra non riguardano il tentativo di conquistare nuovi elettori bensì l’impresa di tenersi i propri. Come? Sfruculiando il proprio elettorato con le proprie parole d’ordine e insultando l’elettorato altrui – cioè quelli che in teoria dovremmo convincere a votare per noi – nell’astrusa convinzione di convincerli dando loro del cretino o del disonesto. Abbiamo visto persino un importante intellettuale del passato scrivere alla vigilia di un importante voto che gli elettori del centrodestra erano dei delinquenti o degli scemi, e piuttosto che allontanarsene la disperata sinistra italiana lo ha eletto maître à penser. Il maître à penser della subalternità, del culto della minoranza e dell’opposizione e, quindi, della conservazione dell’esistente fattasi ragione di vita. Questo è il problema fondamentale della sinistra italiana, tra i tanti che ha: riscoprire la missione della creazione del consenso. Una missione che l’attuale classe dirigente non ha intenzione di darsi – d’altra parte, non ne sarebbe in grado – e che quindi continua a dribblare: secondo il candidato favorito alla segreteria del Pd, per fare un esempio, il problema si risolve con una legge elettorale alla tedesca e alleanze con Udc e Vendola. Questa non è produzione di consenso, ma produzione di pastrocchi. Occorre invece riscoprire la necessità e il gusto di un’impresa che richiederà molta fatica, molto talento e molto tempo, perché quello che abbiamo perso è inquantificabile almeno quanto i danni che abbiamo fatto. Ci vorranno anni, a partire dal momento in cui cominceremo davvero – e quel momento non è ancora arrivato.