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E vogliamoci tanto bene

Lo chiamano “l’accordone”, ma dovesse davvero prendere corpo state certi che vedremmo saltar fuori una parola che credevamo essere fortunatamente passata di moda: inciucio. Un accordo tra Franceschini e Bersani, magari in extremis, per permettere a questo gruppo dirigente di uscire da una situazione di stallo che potrebbe rivelarsi molto pericolosa. Si sa per certo che dell’ipotesi si è parlato, prima che i due big lanciassero le loro candidature, e che influenti personaggi vedrebbero benissimo una soluzione che oggi appare lontana, ma rimane comunque tutto meno che impossibile.

Perché si arrivi all’accordone, ovviamente, diversi tasselli devono posizionarsi in un certo modo da qui a ottobre. È necessario che ci sia un generale equilibrio tra i candidati da qui alle primarie: se già alla convenzione nazionale di ottobre uno tra Franceschini e Bersani dovesse dimostrare di essere molto più forte del suo avversario, allora è probabile che quello squilibrio prosegua fino alle primarie. Non si tratta per niente di una condizione impossibile: ci sono le premesse perché i giochi rimangano aperti. C’è l’inedita spaccatura dei Ds, probabilmente il risultato più importante ottenuto finora da Franceschini, che sta frantumando solide alleanze nei territori e sta avendo il significato di un “liberi tutti” per i tanti militanti diessini che hanno apprezzato il lavoro dell’attuale segretario. C’è la candidatura di Marino e Civati, che promette di scompaginare le carte, per l’attuale difficoltà di politici e media nel misurarne la forza e perché porterà nel dibattito congressuale questioni e domande che altrimenti sarebbero finite ai margini.

Il fatto che la gara rimanga aperta porterebbe a tre conseguenze, ognuna direttamente collegata all’altra, sia come causa che come effetto. Prima conseguenza: i toni inizierebbero a scaldarsi. Di fatto lo stiamo già vedendo: le candidature non sono ancora nemmeno state ufficialmente consegnate che abbiamo già visto il linciaggio di Debora Serracchiani, Franco Marini che dà degli «idioti» a destra e a manca, D’Alema che attacca frontalmente Franceschini e Fassino che in tutta risposta gli dà dell’esagitato. Quante ne vedremo, da qui a ottobre? E quali saranno le conseguenze di queste schermaglie verbali, che davvero poco hanno di politico? Arriviamo al secondo punto. Questo è un congresso, non un’elezione, e gli elettori del Pd hanno dimostrato più volte di non tollerare le liti continue del loro gruppo dirigente, che vedono come principali responsabili dell’emorragia di consensi. Per questo motivo, i toni elevati e le polemiche personali rischiano di non portare affatto a una polarizzazione del voto, bensì a un imprevedibile riposizionamento di forze, consensi e attenzioni, con un’inevitabile consolidamento della candidatura di Marino. Terzo punto: nessuno vuole perdere, e parecchi inizierebbero ad avere paura. A cominciare dai king-maker per proseguire coi segretari regionali e finire coi consiglieri comunali, impegnati in questi giorni in una massiccia campagna di reclutamento per i loro candidati. Se ci fosse un vincitore designato, la squadra perdente designata potrebbe dialogare, contrattare e prendere accordi con la probabile maggioranza. Quando i giochi sono completamente aperti e tutti vogliono vincere, non esistono reti di protezione: il disorientamento dei quadri locali si farebbe sentire.

Si arriverebbe quindi alle primarie in una situazione di equilibrio tra Franceschini e Bersani e con un terzo candidato, Marino, che tutti sono convinti possa conseguire nel voto popolare un risultato migliore di quello – peraltro ininfluente – conseguito alla convenzione nazionale. Sarebbe addirittura probabile, quindi, che a quel punto nessuno dei candidati sfondi il muro del 51% dei consensi necessari per essere sicuri dell’elezione. Supponiamo che uno dei candidati prenda il 47%, un altro il 35% e un altro ancora il 15%, con il restante 3% distribuito tra schede nulle ed eventuali candidati minori. La prima cosa che verrebbe da pensare è che il candidato che ha ottenuto il 15% – Marino, presumibilmente – faccia da ago della bilancia e scelga, di fatto, a chi affidare la segreteria nazionale. Se non fosse che qui scatta l’accordone.

Tutto può accadere ma una cosa è certa: Bersani e Franceschini, dalemiani e popolari, veltroniani e lettiani, non lasceranno che il loro destino stia nelle mani di una mina vagante come Ignazio Marino, che a quel punto sarebbe a tutti gli effetti il vero vincitore della competizione. L’accordone scatterebbe nel giro di poche ore: tra Franceschini e Bersani il candidato più votato verrebbe mandato a dirigere il partito, quello meno votato avrebbe la garanzia di correre alle primarie di coalizione come candidato del Pd alla presidenza del consiglio. Chi pensa che i toni accesi della campagna congressuale impediscano un’alleanza di questo tipo si ricordi con quale rapidità veltroniani, popolari e dalemiani si strinsero attorno alla candidatura di Franceschini, pochissimi giorni dopo il termine dell’opera di logoramento che portò lo stesso Veltroni alle dimissioni. Chi pensa che le divergenze politiche tra i due gruppi siano insanabili si ricordi di quando, poco meno di due anni fa, D’Alema e Bersani facevano attivamente campagna elettorale per Veltroni, e si ricordino di come l’attuale segretario del partito, Dario Franceschini, sia appoggiato dallo schieramento più largo e unanime possibile, che lascia fuori soltanto pochi parisiani ribelli. Si tratterebbe, tra l’altro, di una decisione in completa continuità con la storia degli ultimi vent’anni del centrosinistra italiano e di questa classe dirigente, devota più alla propria sopravvivenza che a quella del paese: tutti uniti, tutti vincitori, tutti contenti. Nessun cambiamento, nessuna svolta, nessun futuro.

(per Giornalettismo)