Francesco CostaWhen in trouble, go big

Francesco Costa

When in trouble, go big

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Un’altra storia

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28/06/2009

Non avevo mai scritto un discorso perché durasse appena cinque minuti e devo dire che non si tratta di una cosa semplicissima, specie se si vuole tentare di evitare di parlare per slogan. Spero di esserci riuscito, anche se comunque sono andato un po’ lungo.

Più avanti – domani, diciamo – alcune riflessioni a freddo sulla giornata di ieri e su quelle che verranno, dopo.

“Se questo partito, infatti, dovesse iniziare il cammino con i difetti della politica preesistente, con i gruppi e le correnti chiuse e in conflitto, sarebbe quanto di più lontano dallo spirito che in queste ore sento attorno a noi, dalla nuova fiducia per una possibilità che si apre”.

Con queste parole, due anni fa, Walter Veltroni descrisse le difficoltà sulle quali si sarebbe potuto incagliare il cammino del Partito Democratico. Non possiamo dire di non essere stati avvisati per tempo.

In questi due anni abbiamo assistito a un pessimo spettacolo, celebrato sul palco di un progetto che era stato annunciato come epocale e straordinario. Il Pd ha camminato a ritroso, portando con sé non solo tutti i difetti dei partiti che lo hanno costruito, ma molti altri completamente inediti.

Ho ascoltato le analisi di chi sostiene che il problema di questo partito sia stata la presunzione della sua “vocazione maggioritaria”, gli eccessi delle primarie e il suo scarno “radicamento sul territorio”, insomma, il suo non essere abbastanza come i partiti che avevamo prima. Peccato che i partiti che avevamo prima non andavano poi benissimo: il partito solido, ancorato a sinistra, radicato e con le tessere lo abbiamo già avuto, si chiamava Democratici di Sinistra e il suo massimo risultato fu il 17%. No, grazie.

Il Partito Democratico non è nato per tutelare le identità e i modelli dei partiti del passato, meno che mai è nato per replicarne lo stile e i comportamenti. In questo senso, però, nemmeno la cosiddetta “stagione veltroniana” è il modello a cui guardare, anzi. Pochi mesi dopo il discorso del Lingotto, le liste per le primarie lasciavano già presagire quello che avremmo visto. In barba alla chiarezza delle posizioni politiche abbiamo visto “Binetti per Veltroni” e “Odifreddi per Veltroni”. “Livia Turco per Veltroni” e “Rutelli per Veltroni”. Abbiamo visto persino “D’Alema per Veltroni” e “Bersani per Veltroni”. Noi abbiamo detto più volte, e ci crediamo, che la diversità delle opinioni è una ricchezza per un grande partito. Ma nessun grande partito può pensare di elaborare la propria visione del paese attraverso la ricerca di un costante unanimismo, attraverso accordi e alleanze che non hanno nulla di politico.

Nell’evidente mancanza di un progetto, abbiamo fatto tre cose: abbiamo litigato sulle alleanze, perché è chiaro che quando ci si rende conto di essere incapaci a convincere gli elettori a votare per noi, non ti rimane che tentare di annettere direttamente il loro partito. Abbiamo fatto un’opposizione annacquata, litigando sulla questione dell’essere più o meno populisti di Di Pietro. E abbiamo scimmiottato la destra. Abbiamo detto cose becere sugli omosessuali. Abbiamo proposto le ronde democratiche. Abbiamo propugnato idee violente sul testamento biologico. Abbiamo sostenuto la pratica barbara dei respingimenti degli immigrati. Non è così che si vincono le elezioni e, anche se lo fosse, sarebbe una vittoria di cui avrebbe poco senso gioire. Ci serve invece un partito capace di sostenere posizioni di avanguardia: che non si vergogni a parlare di aumento dell’età pensionabile, di matrimoni gay, di abolizione degli ordini professionali, di apertura delle frontiere. Un partito che abbia il coraggio di sostenere con convinzione delle idee giuste.

Abbiamo tradito noi stessi per cercare di guadagnare qualche voto, e abbiamo finito per perdere sia noi stessi che i voti. Spacciare il nostro tracollo elettorale per il risultato di un partito che “ha tenuto” è ridicolo. E’ vero, le aspettative erano ben peggiori, ma non è che quelle aspettative fossero dovute a un’invasione di cavallette. Quelle aspettative si dovevano al comportamento irresponsabile di un intero gruppo dirigente, che per due anni ha giocato al “tanto peggio, tanto meglio” sulla pelle del paese. Noi non ci siamo dimenticati dell’anno appena trascorso, di come si è ridotto a brandelli questo partito. Se anche il prossimo segretario dovesse essere così bravo da recuperare quattro milioni di voti, mica bruscolini, arriveremmo a quanto abbiamo ottenuto alle elezioni perse del 2008. Altro che “abbiamo tenuto”, queste elezioni sono state l’ultimo passo prima del baratro.

La partita congressuale si è aperta in anticipo, perché mentre i militanti del Pd erano ancora in giro per le città a fare campagna elettorale per i ballottaggi, alcuni dirigenti di questo partito hanno deciso che non potevano più aspettare, che gli scappava di litigare subito. Se D’Alema e Letta hanno appoggiato Bersani dalle pagine dei quotidiani, dall’altra parte non sono rimasti con le mani in mano. Veltroni è uscito dal silenzio per sostenere la candidatura di Franceschini e qui la cosa ha preso i contorni del comico, dato che Franceschini all’epoca non solo non era candidato, ma anzi ripeteva di non avere alcuna intenzione di candidarsi. Io penso che Franceschini sia riuscito a limitare i danni, in questa campagna elettorale, ma non credo che questa sia la migliore presentazione per chiedere la fiducia degli iscritti del partito, meno che mai degli italiani.

La politica non si fa così. Non si fa dicendo la frase che è più comodo dire, per poi a contraddirsi pochi minuti dopo. Lo dico anche perché quando si parla di “ricambio della classe dirigente” poi arriva sempre qualcuno a dire che i nuovi, peggio ancora se giovani, non avrebbero l’esperienza necessaria a guidare questo partito, non avrebbero la credibilità, il senso di responsabilità. Davanti allo spettacolo offerto da questa classe dirigente, non possiamo non chiederci di quale “esperienza”, di quale “credibilità” e soprattutto di quale “responsabilità” si stia parlando.

Badate, non abbiamo altre occasioni. Non ci sono elementi di innovazione e discontinuità per pensare che Bersani o Franceschini possano portare il Partito Democratico a fare cose diverse da quelle fatte finora e non siamo nelle condizioni di sprecare tempo. Non lo siamo noi, perché un’altra sconfitta vorrebbe dire la morte di questo partito, con tutte le sue conseguenze. Non lo è il paese, che è in agonia, strozzato dalla crisi economica e dalla sua cronica immobilità.

Questo è il momento di essere coraggiosi, di prendersi delle responsabilità e lanciare una sfida concreta, non di testimonianza, al congresso di ottobre. Dobbiamo essere coraggiosi noi, e devono essere coraggiosi gli iscritti e i militanti di questo partito, che spesso in passato non sono riusciti a liberarsi dai vincoli di obbedienza a questa classe dirigente inadeguata. Dobbiamo chiedere a noi e a loro di avere coraggio, non solo perché non c’è niente da perdere – quello che poteva essere perso è già stato perso – bensì perché non ci saranno altre opportunità. Se abbiamo qualcosa da dire a questo paese, se abbiamo qualcosa da fare per questo paese, il momento è adesso. Perderemo, forse, e in quel caso le cose continueranno ad andare più o meno come vanno ora, cioè male. Se vinceremo, però, sarà tutta un’altra storia.

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