I tre fronti dell’Iran

Ci sono tre fronti aperti, in questo momento, per quel che riguarda la situazione iraniana, dentro e fuori i confini dello stato. Conoscerli può aiutare a leggere tra le righe delle notizie che si susseguono con ritmo frenetico, e collegare i fatti tra loro.

Le strade
Il primo e più visibile è quello che ha come scenario le strade e le piazze di Teheran. I sostenitori di Mousavi invadono le strade da giorni, fornendo uno spettacolo di partecipazione, entusiasmo e mobilitazione popolare mai visto dal 1979 a oggi. Dopo i primi giorni di proteste, il regime sta prendendo le sue contromisure. La prima mossa è la repressione violenta. Ci sono decine e decine di video su Youtube che testimoniano pestaggi e omicidi, sappiamo che diversi dormitori univerisitari sono stati attaccati dalle milizie durante le scorse notti, centinaia di professori, intellettuali e militanti pro-Mousavi sono stati arrestati. Il motivo dell’efferatezza della violenza è chiaro: spaventare, terrorizzare, convincere le persone a rimanere a casa. La seconda mossa è stata la contromanifestazione dei sostenitori di Ahmadinejad, organizzata per mostrare che il regime è vivo e vegeto e il popolo può semmai essere diviso, ma di certo non ha voltato le spalle agli ayatollah. La manifestazione pro-Ahmadinejad di ieri era stata indetta negli stessi luoghi della manifestazione pro-Mousavi, forse proprio perché le due folle confliggessero. Questo non è accaduto, a causa di alcune tempestive comunicazioni da parte dei sostenitori di Mousavi, che hanno modificato il percorso del loro corteo. Sono previsti altri raduni per oggi. La terza mossa è il controllo dell’informazione. In primo luogo impedire contatti tra i manifestanti e la stampa estera, che da ieri è stata ufficialmente confinata dentro i suoi uffici. Qualche coraggioso continua ad andare in giro – il mitico Robert Fisk dell’Independent e Bill Keller del New York Times, per esempio – ma il regime ha capito che nell’era di internet la manipolazione dei media interni non è sufficiente a bloccare la circolazione delle informazioni, e quindi ha deciso di ostacolare i giornalisti della stampa straniera. In secondo luogo, un filtro ben più severo su internet, che potrebbe arrivare persino a un blocco totale della rete. Quello che può succedere è che al crescere d’intensità delle manifestazioni cresca anche la violenza, e si vada avanti così ancora per alcuni giorni. Poi i cortei sono inesorabilmente destinati a scemare, in ogni caso: quello che può cambiare è la pressione esercitata sul regime e le sue conseguenze, e questo ci porta dritti al secondo fronte.

Gli ayatollah
È noto che l’attuale guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, non ha il carisma, il seguito e la credibilità del suo predecessore Khomeini. Gli analisti parlano da anni della sua debolezza, e di come questa abbia avuto un ruolo nel trasferire autorità ai militari e nel rendere l’istituzione che ricopre molto meno forte di quanto non fosse un tempo. Il comportamento erratico e incerto degli ayatollah nel gestire questa crisi è evidente, ieri poi il grande ayatollah Ali Montazeri – che da anni è un po’ “l’ayatollah dissidente” tra i leader religiosi iraniani – ha diffuso un comunicato che diffida dal risultato delle elezioni e critica pesantemente la condotta del regime, gli arresti e le violenze. L’organo che ha il potere di nominare e rimuovere la guida suprema è l’assemblea degli esperti, e quest’organo è oggi presieduto da Hashemi Rafsanjani, alleato di Mousavi e già sfidante di Ahmadinejad alle presidenziali del 2005. Diversi quotidiani arabi raccontano di un Rafsanjani che starebbe già incontrando gli ayatollah e i leader religiosi, nel tentativo di trovare gli 86 voti che gli servono per rimuovere la guida suprema, Ali Khamenei. Anche qui, non che la rimozione di Khamenei e la sua sostituzione con un ayatollah più moderato rappresenti sostanzialmente un enorme passo in avanti, ma la sua decapitazione (del regime, non di Khamenei: i tempi cambiano) rappresenterebbe un terremoto gigantesco, dal cui valore simbolico e politico qualsiasi progetto di cambiamento è obbligato a passare. In una situazione così complessa e sfaccettata, è difficile prevedere cosa potrebbe succedere dopo, nel clima di enorme instabilità che ne verrebbe fuori. Di nuovo: non è detto che il risultato finale sia estremamente positivo, non è detto nemmeno che sia migliorativo della situazione attuale. Ma non c’è altra strada che questa, per provarci. Molto potrà dipendere anche dal ruolo che la comunità internazionale deciderà di giocare e dalle conseguenze che questo avrà in Iran, e così arriviamo all’ultimo fronte aperto.

La comunità internazionale
Fino a oggi, tutto è stato appeso al ruolo degli Stati Uniti. Si è discusso molto di quello che dovrebbe essere il comportamento dell’amministrazione Obama, se appoggiare esplicitamente le manifestazioni pro-Mousavi e attaccare frontalmente il regime, o mantenere una posizione più cauta. La chiave della scelta non è tanto la vicinanza o meno col regime degli ayatollah e la presidenza di Ahmadinejad, dei quali gli Usa farebbero più che volentieri a meno, considerata la loro influenza destabilizzante nella regione e il loro ruolo di supporto concreto al terrorismo di Al Qaeda, Hezbollah e Hamas. La chiave è capire se un appoggio esplicito di Obama ai manifestanti possa finire per avvantaggiarli o danneggiarli. Gli osservatori sono piuttosto concordi nel sostenere che una dichiarazione in tal senso degli Usa sarebbe ossigeno nei polmoni del regime, che non aspetta altro che definire i manifestanti come burattini dell’occidente, intenzionato a manipolare il risultato delle elezioni. D’altra parte, né Mousavi né i suoi alleati hanno chiesto un sostegno diretto all’amministrazione americana. È per questo motivo che Obama finora ha calibrato bene ogni parola, condannando con fermezza le violenze e ponendo grande enfasi sulla necessità dell’Iran di ascoltare il proprio popolo. L’obiettivo è uno, almeno in questa fase: evitare che in Iran l’oggetto della questione diventino gli Usa. Nel frattempo, però, ci sono delle misure silenziose di soft power che possono essere attivate, e l’intercessione del dipartimento di stato per tenere in piedi Twitter – “l’unico mezzo che abbiamo per comunicare con l’esterno”, ha scritto lo stesso Mousavi – nonostante la necessaria manutenzione e i limiti di banda ne è certamente un esempio. Il rebus della posizione americana e dei suoi effetti è stato sintetizzato bene da Robert Dreyfuss su The Nation:

President Obama’s outreach to Iran is in part responsible for the sudden upsurge of support for Mousavi. And it happened not because Obama called for military action in Iran, and not because Obama backed Mousavi, but precisely because he didn’t. Yes, Obama could go further, by renouncing force in dealing with Iran, and he should. But US meddling in Iranian politics would be counterproductive, to say the least.

Per quanto sia chiaro che si tratta di una posizione collegata all’attuale scenario, e uno scenario diverso – vedi la rimozione di Khamenei o un drammatico aumento delle violenze, per esempio – potrebbe richiedere posizioni e toni diversi, il nodo è un altro. Il problema è che dietro quest’immobilismo americano strategico e di facciata, si cela l’immobilismo pigro e un po’ opportunista di tanti altri paesi che godono di una migliore reputazione in Iran, e potrebbero credibilmente giocare un ruolo significativo nella vicenda. Penso ai paesi del mediterraneo e ai paesi europei, Italia compresa: paesi che godono di relazioni commerciali privilegiate con l’Iran e che quindi, piuttosto che augurarsi che il casino iraniano non mini le prebende destinate alle loro imprese, potrebbero utilizzare la loro influenza per spingere il regime a cessare le violenze, per dare momentaneo sostegno ai leader religiosi che vogliono defenestrare Khamenei, per mettere a disposizione dell’opposizione risorse e contatti. Si tratta di una partita che va giocata adesso, non solo – e tanto dovrebbe bastare – perché è giusto, ma anche perché la stabilità economica di un Iran libero e democratico può essere enormemente più fruttuosa e prosperosa di quella dell’Iran oppresso dal nazionalismo e dalla polizia morale. Alla fine della fiera, però, il motivo per cui oggi ci troviamo ad analizzare uno scenario internazionale così problematico e complesso è la clamorosa assenza di un attore che dovrebbe essere fondamentale. È frustrante, per quanto assolutamente non sorprendente, che l’organo sovranazionale che sarebbe preposto a giocare questo ruolo senza i problemi di reputazione e interessi dei singoli stati, cioè l’Onu, sia completamente ai margini di questa vicenda, relegato a mero osservatore di qualcosa che, invece, dovrebbe riguardarla in prima persona. Di fatto, l’iniziativa della comunità internazionale è affidata completamente ai singoli stati, con tutte le loro pigrizie, i loro problemi, le loro volubilità e i loro piccoli interessi da difendere. Nei giorni in cui l’Iran spera di fare un balzo in avanti di cinquant’anni, la comunità internazionale farebbe bene a rendersi conto di averne fatto uno cinquant’anni indietro.