E queste sono ancora scaramucce

La settimana scorsa avevo scritto che il Partito Democratico aveva conservato la buona abitudine di distinguere le campagne elettorali dalle campagne congressuali. Sono costretto a correggermi: mi ero sbagliato.

Si è già detto della possibilità che Franceschini possa candidarsi a segretario durante il prossimo congresso, con l’appoggio dei popolari e grazie al lavoro da gran tessitore di Piero Fassino nella componente ex-diessina; allo stesso modo, si è già detto della possibilità che lo stesso congresso venga rinviato, nell’eventualità di un risultato oltre le aspettative che oggi, a dire la verità, non appare affatto probabile. L’unica candidatura già in campo è quella di Pierluigi Bersani, lanciata in un momento così sbagliato e lontano che oggi non se la ricorda più nessuno: i suoi avversari lavorano da mesi per prendergli le misure e logorare il fronte che lo appoggia. Riguardo altri possibili nomi, Goffredo Bettini pochi giorni fa ha rilasciato una dichiarazione piuttosto lapidaria: «Potrebbe esserci un terzo uomo». Il fatto che si parli esplicitamente di «terzo uomo» ci dice di quanto viene data per certa la ricandidatura di Franceschini, mentre il fatto che all’appello sul terzo uomo risponda subito Anna Finocchiaro – «Non escludo affatto di candidarmi» – e fischino le orecchie a Ignazio Marino, ci dice di quanto sia compatto il fronte ex-diessino sulla candidatura del povero Bersani.

La ricerca del fantomatico terzo uomo però non si esaurisce qui: si parla insistentemente di una possibile candidatura di Nicola Zingaretti, già parlamentare europeo e presidente della provincia di Roma. E’ difficile però che un politico della prudenza e dell’accortezza di Zingaretti scenda in campo in una competizione così serrata senza avere la certezza di vincere, e la dichiarazione di Bettini in questa fase ha sicuramente più nuociuto che giovato a una sua eventuale candidatura. A che pro, quindi, la sparata sul terzo uomo? A dire al partito due cose: che i veltroniani esistono ancora e che non hanno ancora deciso chi appoggiare. Un’ulteriore conferma arriva da come Walter Verini – soprannominato Walterego per la sua vicinanza all’ex segretario del Pd – stia corteggiando il gruppo dei cosiddetti piombini: «Emerge una chiara coerenza nel modo di vedere il partito con le nostre idee».

Veniamo quindi a questo gruppo eterogeneo che si era dato appuntamento a Piombino il mese scorso e che ha presentato a Roma pochi giorni fa il documento risultato dal suo primo seminario. Ne fa parte un po’ la meglio gioventù del Pd – Scalfarotto, Serracchiani, Civati, Meo, Sofri, Renzi, Concia, Simoni, Tinagli e diversi altri dirigenti e amministratori locali del Pd – e vogliono un partito moderno, solido ma soprattutto «autonomo, dalle chiese e dai sindacati, dai mezzi di comunicazione e dalle logiche che hanno affossato il Pd fino a questo momento». L’aggregazione ha già creato alcuni malumori all’interno del partito, emersi nella tortuosa organizzazione del seminario di Piombino e testimoniati poi dall’estemporaneo “manifesto dei quarantenni” lanciato in fretta e in furia da un gruppo di semisconosciuti parlamentari del Pd pochi giorni prima dell’assemblea romana dei piombini. I maligni l’hanno soprannominata «la corrente dei portaborse», ma dai piombini sono arrivati messaggi di apertura e disponibilità a un confronto. Quel che è certo è che le elezioni del 6 e 7 giugno saranno un importante crocevia per le sorti di questo gruppo: tre dei suoi volti più noti – Scalfarotto, Serracchiani, Renzi – sono impegnati in faticose campagne elettorali e se avranno successo, il momentum in vista del congresso sarà notevole. Vedremo così se qualcuno prenderà il coraggio a due mani e chiederà una modifica dello statuto del Pd: qualsiasi tentativo di scalata del partito che non voglia perdersi nel velleitarismo delle candidature di bandiera, infatti, non potrà prescindere da quel punto, a fronte di un sistema attuale che rende di fatto impossibile la presentazione di candidature multiple al congresso. Loro, intanto, si sono già dati appuntamento al Lingotto per il 27 giugno, nel secondo anniversario del discorso con cui Veltroni presentò la sua candidatura a segretario del Pd. Qualcosa vorrà pur dire.

(per Giornalettismo)