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L’ultima ideologia

Una delle questioni più dibattute nella sinistra italiana da qualche anno a questa parte è quella dell’antiberlusconismo. Si confrontano due scuole di pensiero di opposta sensibilità: da una parte ci sono quelli che Berlusconi meno lo nomini e meglio è, dall’altra parte ci sono quelli che Berlusconi va avversato sempre, comunque e a tutti i costi, col linguaggio più duro possibile. Si tratta di una questione in cui entrambe le parti sembrano aver perso il lume della ragione e del buon senso: i primi a dire che la sinistra perde perché ce l’ha troppo con Berlusconi, i secondi a ribattere che la sinistra perde perché non ce l’ha abbastanza. I primi a chiamare Berlusconi «il principale esponente dello schieramento a noi avverso» o addirittura a coccolarlo, i secondi a paragonarlo a Videla e Hitler. Hanno torto entrambi. I primi hanno torto perché in nessun paese del mondo un’opposizione seria potrebbe rivendicare la sua neutralità rispetto al premier in carica o fare finta che non esista. I governi di Berlusconi hanno messo in campo diversi provvedimenti di una barbarie senza precedenti che non può essere avversata senza dire al paese quanto siano gravi e scellerati: non sarà il tentativo di mostrarsi cordiali col premier a far vincere le elezioni ai suoi avversari. I secondi hanno torto perché da diverso tempo il loro anti-berlusconismo non è la conclusione tratta da una posizione politica – Berlusconi vuole fare la riforma X, noi pensiamo sia migliore la riforma Y, quindi siamo antiberlusconiani – bensì ne è origine e causa, abdicando completamente alla ragionevolezza: Berlusconi vuole la riforma X, noi siamo antiberlusconiani, quindi vogliamo la riforma Y. L’antiberlusconismo come dato genetico e prepolitico ha provocato conseguenze terribili e suicide per la sinistra, schierando una parte dell’elettorato progressista su posizioni considerate estremamente conservatrici da qualsiasi moderno partito di centrosinistra, ad esempio sulla scuola e sul lavoro. Questa deriva subalterna ha poi anche delle ricadute meno drammatiche ma parecchio esemplificative: ieri ci si è addirittura indignati (leggete i commenti) per il fatto che il premier abbia rotto il più ingessato e polveroso dei protocolli. Un pezzo della sinistra italiana è passato in un balzo dal culto della rottura degli schemi alla rigida osservanza delle buone maniere; della «creatività al potere» al rispetto ossequioso del galateo – salvo poi farsi brillare gli occhi per la mano di Michelle Obama sulla spalla della regina Elisabetta. E non farsi nessuna domanda.

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