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Dove si vota ad aprile

Vi avverto, questo mese la lista è lunghissima: aprile è il mese con più elezioni di tutto l’anno. Appuntamenti fondamentali: le elezioni in India, il più vasto processo di consultazione elettorale del globo, e quelle in Sudafrica. Un paio di elezioni interessanti anche in Europa, e poi non mancano le solite cose strane e curiose.

Il 4 aprile si vota per il secondo turno delle elezioni presidenziali in Slovacchia: sono rimasti in gara l’attuale presidente Ivan Gašparovič – socialdemocratico, probabile la sua rielezione – e la candidata del partito democristiano Iveta Radičová. Al primo turno Gašparovič ha preso il 46,7% dei voti, mentre la Radičová si è fermata al 38%. Maggiori dettagli sul post riguardo le elezioni di marzo.

Secondo turno anche per le presidenziali in Macedonia, il 5 aprile: il candidato conservatore Gjorge Ivanov ha vinto il primo turno col 33,9% dei voti ed è praticamente certo della rielezione. Il suo sfidante è Ljubomir Frčkoski, che al primo turno si è fermato al 19,8%. Anche qui, vedere il post di marzo per qualche dettaglio in più.

Sempre il 5 aprile, elezioni parlamentari in Moldavia. Si vota con un sistema elettorale proporzionale con sbarramento al 6%. Uno sbarramento particolarmente alto, probabilmente troppo, dato che la Moldavia non ha grandi problemi di frammentazione partitica. L’Unione Europea ha chiesto più volte alla Moldavia di modificare il sistema elettorale, ricevendo sempre la solita risposta dal presidente Vladimir Voronin: picche. Le politiche del 2005 furono vinte dai comunisti filo-russi col 45,98% dei voti, oggi i sondaggi li danno al 47,5%. All’opposizione ci sono cinque partiti liberali, democratici e socialdemocratici: dovrebbero presentarsi uniti sotto un unico cartello ma non hanno grandi speranze. Rispetto ad altri paesi ex-sovietici, però, in Moldavia lo stato della democrazia è leggermente migliore, anche per merito/causa dei vari tentativi di avvicinamento all’Unione Europea. Rimangono intatti però i problemi frutto della corruzione e della mostruosa evasione fiscale: l’economia è quasi completamente sommersa (l’80% secondo un rapporto Ue di qualche anno fa).

Il 9 aprile tocca all’Indonesia. Si rinnovano i 128 seggi del Consiglio per la Rappresentanza Regionale (la camera alta, una specie di senato federale) e i 560 seggi del Consiglio per la Rappresentanza del Popolo, in attesa delle elezioni presidenziali previste per il 9 luglio. Il partito più grande è sempre il Golkar, erede dello schieramento che faceva riferimento al dittatore Suharto. Oggi il Golkar è l’architrave della maggioranza di governo ma il primo ministro appartiene al Partito Democratico; se quest’ultimo dovesse guadagnare consensiaumenterebbero le possibilità di vedere a luglio una vittoria di Jusuf Kalla, attuale vicepresidente, che ha già annunciato la sua candidatura.

Il 9 aprile si vota anche in Algeria per le presidenziali. L’eterno Abdelaziz Bouteflika, in carica dal 1999, potrà cercare un terzo mandato grazie a una recente modifica costituzionale che ha rimosso il limite dei due mandati. L’unico partito ad opporsi – tra quelli in parlamento – fu il Rally for Culture and Democracy (RCD), partito laico, liberale e secolarista, che ha deciso di non partecipare una tornata elettorale che sarebbe di fatto «un circo patetico e pericoloso», «un’umiliazione nazionale». Gli sfidanti di Bouteflika saranno la trozkista Louisa Hanoune, Moussa Touati per il Fronte Nazionale Algerino, Mohammed Said per i gruppi armati islamici, l’islamico moderato Djahid Younsi e Ali Fawzi Rebaine per Ahd54, piccolo partito di attivisti per i diritti umani. Altre sette candidature erano state presentate ma non sono state accettate, quindi di fatto l’opposizione finirà quasi interamente per boicottare il voto. La legge elettorale prevede dei requisiti particolarmente esosi per candidarsi alle elezioni: 600mila firme di pubblici ufficiali ed eletti, 75mila firme di elettori, essere musulmani, essere nati in Algeria ed essere sposati.

Il 16 aprile, invece, primo turno delle elezioni in India (secondo turno il 22-23 aprile, terzo turno il 30 aprile, ultimi due turni a maggio): ci vuole un bel po’ di tempo per portare alle urne i 714 milioni di persone aventi diritto al voto! Si rinnovano tutti i 543 seggi della Lok Sabha – sì, hanno la metà dei nostri parlamentari – unica camera elettiva del paese (la Rajya Sabha è formata da personalità scelte dal presidente). Si affrontano tre coalizioni. La prima, la United Progressive Alliance, è quella attualmente al governo: è sorretta dal Partito del Congresso di Sonia Gandhi (magari lo sapete già, ma non ha alcun legame di parentela col Mahatma) ed esprime l’attuale primo ministro Manmohan Singh, candidato alla rielezione nonostante l’età avanzata (settantasette a settembre) e vari problemi di salute. Sapevate che il Partito del Congresso ha comprato i diritti della colonna sonora di Slumdog Millionaire e il tema del film sarà anche colonna sonora della campagna elettorale? Il principale oppositore della coalizione di governo è la National Democratic Alliance, di orientamento conservatore, che candida alla presidenza l’ottantaduenne (!) Lal Krishna Advani, segretario del Partito del Popolo Indiano. La loro campagna è concentrata sull’immagine di Advani e sulla necessità di avere un governo capace di decidere, cosa che l’attuale governo non sarebbe in grado di fare a causa del dualismo tra Singh e Gandhi. C’è un poi un terzo fronte di area marxista (del quale nessuno però si è ancora ufficialmente candidato a primo ministro) e decine di partiti locali e territoriali, che dovrebbero contare parecchio. I sondaggi oggi danno in vantaggio la United Progressive Alliance, ma difficilmente questa potrà avere la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari. Ci sarà tempo per riparlarne, comunque: i risultati delle elezioni saranno resi noti il 16 maggio!

Il 19 aprile si rinnova un terzo del Senato di Haiti. Normalmente sarebbero dieci seggi, ma negli ultimi mesi un senatore è morto e un altro si è dimesso, quindi se ne eleggeranno dodici. L’attuale legislatura è la prima dopo la deposizione di Jean-Bertrand Aristide: la democrazia è ancora incompiuta e instabile. Il partito di governo – il nazionalista Fwon Lespwa – dovrebbe conquistare almeno quattro o cinque seggi.

Sempre il 19 aprile, elezioni politiche in Ecuador. Si vota in seguito al referendum dello scorso settembre che ha approvato la nuova costituzione, dando più poteri al governo centrale e la possibilità di restare in carica fino al 2017 per l’attuale presidente Rafael Correa, che è un po’ un Chávez in miniatura: cambia la costituzione a suo piacimento, va a braccetto con l’Iran, difende le FARC, eccetera. Sfidanti: Álvaro Noboa, economista alla quarta candidatura presidenziale; Lucio Gutiérrez, già presidente dal 2003 al 2005; Martha Roldós, figlia di quel Roldós Aguilera presidente dell’Ecuador dal 1979 al 1981, quando morì in un incidente aereo su cui si è a lungo speculato. In ogni caso, i sondaggi sembrano essere chiari: difficilmente Correa mancherà la rielezione.

Il 19 aprile si vota pure in Cipro Nord (per esteso sarebbe la Repubblica Turca di Cipro del Nord), una repubblica auto-proclamata nella zona settentrionale dell’isola di Cipro occupata dall’esercito turco nel 1974. La sua capitale è Nicosia, che è la stessa capitale di Cipro: infatti la città è divisa a metà da una linea chiamata – ehm – Attila Line. La Turchia è l’unico paese al mondo a riconoscere lo stato, che è stato definito “stato fantoccio” dall’Onu; in generale è un bel pasticcio, perché Cipro è entrata nell’Ue e quindi tecnicamente fa parte dell’Ue anche Cipro Nord, sebbene loro se ne chiamino completamente fuori. Di fatto oggi hanno alcuni benefici dello status di comunitari, e altri no. Allo stesso modo, un referendum fatto in Cipro Nord ha detto dell’intenzione degli abitanti della repubblica indipendente di unirsi al resto dell’isola, ma Cipro non ne vuole sapere. Insomma, un gran casino. Tornando a noi: le elezioni parlamentari sono state convocate un anno prima della scadenza della legislatura dal partito del presidente Mehmet Ali Talat, primo capo di governo eletto in modo più o meno democratico dopo ventidue anni di dittatura di Rauf Denktaş.

Altro turno elettorale particolarmente interessante quello del 22 aprile in Sudafrica. Si rinnova l’intero parlamento che designerà poi il nuovo presidente: il controverso Jacob Zuma (accusato di recente di corruzione, stupro e cose del genere: è quello che si è fatto passare l’Aids facendosi una doccia, se vi ricordate) sfida Helen Zille, ex-giornalista e attivista anti-apartheid, oggi sindaco di Cape Town e leader del principale partito di opposizione. Qui si tifa per lei, ovviamente.

Il 25 aprile si vota nell’Islanda travolta dalla crisi. Il paese è praticamente in bancarotta e le proteste di gennaio non si sono arrestate nemmeno quando il premier Geir Haarde ha indetto le elezioni anticipate rifiutando la ricandidatura, confessando di essere malato di cancro all’esofago. Il clima adesso è un po’ meno teso, grazie anche al nuovo governo presieduto da Jóhanna Sigurðardóttir, celebre per essere la prima capo di governo al mondo dichiaratamente omosessuale. L’elettorato è diviso in tre parti più o meno uguali, secondo i sondaggi: il partito socialdemocratico, unico grande partito a vocazione europeista; i conservatori di Indipendence, ancora contrari all’avvicinamento all’Ue nonostante il collasso; l’estrema sinistra del Left-Green Movement, anche lei euroscettica. La coalizione attualmente al governo è formata da sinistra e socialdemocratici: dovrebbe confermarsi, seppure ci siano ancora alcuni nodi da sciogliere riguardo i rapporti con una formazione minore – il Partito Progressista, il cui appoggio in parlamento oggi è determinante – e quelli con l’Unione Europea.

Il 26 tocca ad Andorra rinnovare i 28 seggi del suo Consiglio Generale. Sapevate che la costituzione di Andorra prevede la presenza di due prìncipi? Il primo di questi prìncipi è da sempre il vescovo della cittadina di Urgell, il secondo è il presidente della repubblica francese che al momento dell’elezione a presidente diventa anche co-principe di Andorra. La notizia vera è un’altra, quindi: Carlà è anche principessa, in qualche modo.