Territorio di guerra

All’indomani della sconfitta del Pd alle ultime elezioni politiche, se aveste fatto un giro nei circoli a – come si dice – sondare gli umori della base e ascoltare le analisi degli iscritti, avreste sentito spadroneggiare una sola frase, tra le altre: «Non siamo abbastanza radicati sul territorio». Un mantra, ripetuto all’infinito dai militanti, dai dirigenti, dai coordinatori. «Guarda la Lega, vedi quanto sono presenti? Vedi come battono il territorio palmo a palmo?».

Da una parte quest’analisi appare traballante e viziata da una serie di incongruenze. Che siano i dirigenti, maggiori responsabili della crisi ventennale della sinistra e dei suoi errori, a prendersela col mancato radicamento, si può facilmente capire: la solita vecchia tattica del dare la colpa a qualcun altro. Se il problema del Pd fosse il radicamento sul territorio, non si spiegherebbe come si possa prendere così tanti voti in meno di un partito – il Popolo delle Libertà – i cui circoli sono pochissimi e completamente disabitati. Non si capirebbe l’emorragia di voti verso l’Italia dei Valori: l’avete mai visto voi un circolo dell’Italia dei Valori? Se il problema fosse la Lega, perché si perdono voti anche al sud? Il Pd ha la più vasta rete di circoli che un partito possa avere in Italia, il più alto numero di iscritti che un partito possa avere in Italia (ma su questo torniamo dopo)… e nonostante questo, secondo qualcuno, perde le elezioni perché non è abbastanza radicato sul territorio.

Dall’altra parte, però, anche tantissimi militanti sostengono la stessa cosa. Coloro che passano le giornate – loro sì – a battere il territorio palmo a palmo, lamentano il mancato radicamento sul territorio. La cosa diventa preoccupante. Al netto di quella – grossa, mi dispiace – percentuale di militanti la cui decennale permanenza nei partiti della sinistra ha determinato la perdita totale della capacità di analisi indipendente da quella dei loro dirigenti, esiste nel ventre del partito un malessere e sincero e motivato. Di fatto, a due anni dalla nascita del Pd, l’intero impianto organizzativo del partito funziona ancora secondo la solita vecchia regola non scritta della spartizione tra ex-Ds ed ex-Margherita, con in aggiunta le ulteriori complicazioni frutto della lotta tra correntine e cordatine, spesso associatesi attorno all’assessore o al consigliere di turno.

Quello tra ex-Ds ed ex-Margherita non è il solo dualismo che sta strozzando il partito a livello locale. C’è poi quello tra eletti e dirigenti di partito, aggravatosi a causa della linea politica erratica di Veltroni, che ha di fatto scontentato tutti. A cominciare dai grandi nomi – Cofferati, Chiamparino, Soru, Penati – l’elenco degli amministratori che sono entrati in conflitto col proprio partito è lunghissimo. Fatta eccezione qualche isola felice, la stessa cosa accade nei piccoli comuni, nei municipi, provocando scontri epocali le cui conseguenze possono essere estremamente dannose. Pochi giorni fa 1515 (sì, millecinquecentoquindici) dirigenti e militanti del Pd lucano hanno scritto a Franceschini comunicando la loro uscita dal partito: un partito «a vocazione centralistica, incapace di coinvolgere e di comunicare con gli elettori, estremamente autoreferenziale, che preferisce nascondersi dietro il paravento del ‘tutto funziona’, ‘tutto è sotto controllo’». Al centro della questione, la crisi della giunta regionale le candidature alle Province di Potenza e di Matera ed al Comune di Potenza. Emorragie come queste avvengono da mesi, silenziosamente, in quasi tutte le regioni d’Italia.

Ne è prova il dato del tesseramento, segretissimo fino a pochi mesi fa e venuto fuori soltanto dopo le dimissioni di Veltroni allo scopo di spiegare ai militanti perché non era impossibile tenere subito un congresso. A fronte di tre milioni e mezzo di fondatori del partito, di 800mila iscritti tra Ds e Margherita e dell’obiettivo ambizioso di dare un milione di tessere del Pd, il nuovo partito conterebbe oggi soltanto poco più di 300mila iscritti. Un terzo di questi poi sarebbe concentrato in Campania, dove la sfida di giugno per la segreteria provinciale napoletana tra Nicolais e Cozzolino avrebbe fatto lievitare esponenzialmente i dati del tesseramento. Come si vede, ci sarebbero tutti gli elementi per fare un ragionamento serio sulle strategie per il radicamento del partito e sui nodi da sciogliere per mettere fine alle quotidiane faide interne protagoniste delle cronache politiche locali. La condizione è una: smettere di usare il totem del «radicamento del territorio» come l’ennesima formula vuota a cui aggrapparsi quando non si sa a chi dare la colpa.

(per Giornalettismo)