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La chiesa di Chiesa

Non si può certo dire che Giulietto Chiesa abbia preso bene il mio pezzo sull’Unità riguardo la sua candidatura alle elezioni europee. Ho deciso di far finta di essere io il sessantanovenne e lui il ventiquattrenne, per cui soprassiedo alla triste sbrodolata di insulti e vengo direttamente al punto: le “nostalgie sovietiche” sue e del partito lettone con cui ha deciso di candidarsi. Non credo sia un particolare azzardo linguistico parlare di “nostalgie sovietiche” a proposito di una persona che per anni ha vissuto in Unione Sovietica in una casa pagata dal Pcus, con una segretaria pagata dal Pcus, con uno stipendio pagato dal Pcus, con le vacanze pagate dal Pcus, con i viaggi pagati dal Pcus, eccetera. Il tutto senza che sia mai seguito un pentimento, un rimorso, un come-ho-potuto-prendere-i-soldi-dei-carnefici, bensì solo delle piccate richieste di contestualizzazione (facciamolo: il contesto era l’Unione Sovietica di Brèžnev) e il dispiacere – quello sì – per il fatto che «l’anticomunismo è ancora dominante, mentre l’antiamericanismo verrà tra non molto, quando saranno milioni a pagare le conseguenze del modello americano che ci ha travolti». Basterebbe questo per parlare con cognizione di causa di “nostalgie sovietiche”: nessuno ha mai avuto dubbi su quale fosse la parte preferita da Giulietto Chiesa durante la guerra fredda. Invece c’è dell’altro: ci sono –  giusto per citare le cose più recenti – le posizioni contrarie alla rivoluzione arancione in Ucraina, quelle a sostegno dell’aggressione russa in Georgia, la propaganda fatta alle più strampalate teorie cospirazioniste e, in ultimo, la decisione di candidarsi nelle liste del partito lettone PCTVL. Un partito sdraiato sulle posizioni del regime putiniano, composto in buona parte da ex-membri del partito comunista lettone: il suo diretto erede, il LSP, vi è confluito pochi anni fa. Un partito che si batte per l’uscita della Lettonia dalla Nato, che ha «rispetto per le persone che hanno avuto fede nelle idee comuniste, nonostante le persecuzioni (!) cui sono stati sottoposti», la cui linea sugli anni dell’Urss è «c’è stato tanto di buono e tanto di brutto: non pensiamoci più» ma rimpiange «gli altissimi standard di qualità dell’istruzione, della medicina, della scienza e della protezione sociale (!) dell’Unione Sovietica, oggi andati perduti». Un partito che vede militare tra le sue file Tatjana Ždanoka – già membro del soviet di Riga e leader dell’organizzazione filosovietica Interfront che, per l’appunto, rimpiangeva l’Urss e si opponeva all’indipendenza lettone – e Alfrēds Rubiks, ultimo segretario del partito comunista lettone, arrestato nel 1991 per aver guidato un tentativo di colpo di stato allo scopo di sovvertire il neonato governo indipendente lettone, col sostegno dell’OMON.

Difficilmente il quadro potrebbe essere più impietoso e sgradevole, e credo che sarebbe stato meglio evitare – a me e a lui – questo triste riepilogo. Bastava che Chiesa dedicasse un po’ meno foga alla risposta al mio articolo dai toni divertiti e irriverenti, e continuasse invece a dedicarsi al suo pane quotidiano: il signoraggio, le cariche esplosive nascoste nelle Torri Gemelle, i complotti petroliferi, le scie chimiche – insomma, avete capito il genere. Una sola preghiera, però: la smetta di parlare della Cia. I miei superiori sono suscettibili.