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La partita della leadership

«Non mi faccio avanti, non ho intenzione di ricandidarmi a ottobre». Con queste parole il neo-segretario del Pd Dario Franceschini ha risposto ieri a chi gli chiedeva delle sue intenzioni in vista del congresso dei democratici che si terrà in autunno. Franceschini non è uno sprovveduto, e oggi la sua risposta non poteva che essere questa: un po’ per non agitare le acque del suo partito e del variegato fronte che lo sostiene, un po’ perché essere informalmente un segretario pro tempore gli permette di avere un po’ più le mani libere, qualità particolarmente preziosa a poche settimane dalla compilazione delle liste per le elezioni europee. Il no di Franceschini è quindi scontato e sacrosanto, ma non chiude minimamente la partita per quel che riguarda il congresso di ottobre.

Della candidatura di Pierluigi Bersani sanno tutti; l’incertezza quindi è rivolta a chi e quanti saranno i suoi sfidanti. Iniziamo dal primo quesito. Ci sono ottime possibilità che un altro dei candidati che si contenderanno la leadership del Pd possa essere Arturo Parisi, in rappresentanza di quell’area di ulivisti duri e puri che rappresenta oggi de facto l’unica corrente di minoranza di una certa consistenza all’interno degli istituti dirigenti del partito. Da settimane, poi, si vagheggia di una possibile – ma improbabile, oggi – candidatura di Enrico Letta. Per mesi vicino ai dalemiani, nelle ultime settimane Letta ha virato fortemente al centro, trovandosi spesso in sintonia con Francesco Rutelli sui temi etici, le alleanze del Pd e le riforme istituzionali: l’ex-ministro ombra al welfare potrebbe quindi farsi portavoce delle istanze più centriste all’interno dei democratici e tentare nuovamente la scalata al vertice del Pd. Non mancheranno poi i soliti outsider: se Jacopo Schettini ha già annunciato la sua candidatura, anche Piergiorgio Gawronski avrebbe già iniziato a mettere insieme uno staff e potrebbe annunciare a breve la sua intenzione di correre nuovamente alle primarie. Sembra un film già visto: Bersani nel ruolo di Veltroni, Parisi nel ruolo di Rosy Bindi, Letta, Gawronski e Schettini nei ruoli di Letta, Gawronski e Schettini. Manca solo Adinolfi e abbiamo portato le lancette dell’orologio indietro di due anni.

L’unica cosa che potrebbe realmente sparigliare le carte è una candidatura di Dario Franceschini. Tutto è appeso al risultato del Pd tra amministrative ed europee: potete star certi che non se ne parlerà prima, potete star certi che – in caso di risultato appena dignitoso – non si parlerà d’altro dopo. Una candidatura di Franceschini porterebbe i popolari a spezzare il patto con lo zoccolo duro degli ex-Ds, determinando un rompete-le-righe dagli effetti imprevedibili. Tutto potrebbe tornare in gioco, ma non temete: considerato l’epico coraggio, se Franceschini reduce da un buon risultato elettorale decidesse di candidarsi, difficilmente Bersani confermerebbe la sua candidatura. A sfidare qualcuno si rischia di perdere e nessuno vuole mai perdere, nel Pd: Bersani consegnerebbe a Franceschini il suo endorsement e poi si metterebbe da parte ad aspettare nuovamente il suo turno.

Risolta la questione del “chi”, vediamo quanti sarebbero i potenziali candidati. Ci viene qui in soccorso lo statuto del Pd – da mesi denominato «il mostro» all’interno delle stanze del partito – e il suo cervellotico meccanismo di elezione del leader. Si tratta, di fatto, di un doppio turno. Al primo turno gli unici che potranno votare saranno gli iscritti al Pd, quelli con la tessera in tasca: convocati i delegati e ascoltate le piattaforme politiche, la convenzione nazionale del partito ci dirà quali candidati sono stati preferiti dai propri iscritti. Soltanto i primi tre candidati a superare la soglia del 15% dei consensi accederanno al secondo turno, cioè le primarie aperte a tutti gli elettori: questo vuol dire che se solo due candidati ottengono più del 15% dei consensi degli iscritti, si fanno le primarie solo con due candidati; questo vuol dire che se un solo candidato supera il 15% dei consensi – ricordo che nel 2007, seppur tra gli elettori e non tra gli iscritti, la seconda classificata Bindi si fermò al 12% – le primarie non si fanno e basta. Insomma, lo scenario non potrebbe essere più aperto e da qui ai prossimi mesi tutti i potenziali candidati cercheranno di muoversi per tempo e organizzarsi in vista dell’autunno. In mezzo c’è una campagna elettorale fondamentale, speriamo che qualcuno se ne ricordi.

(per Giornalettismo)

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