Domani è tardi

Sono state usate diverse espressioni più o meno metaforiche per descrivere la situazione del Pd all’indomani delle dimissioni di Walter Veltroni. Crisi, caos, terremoto, spaccatura. Qualcuno è stato più fantasioso: scioglimento, liquefazione, «amalgama non riuscita». A me sembra ci sia una parola che meglio delle altre descrive quel che è successo: capolinea.  Sostenere che le dimissioni di Walter Veltroni rappresentino il fallimento dell’idea del Partito Democratico è una bugia: le difficoltà incontrate dal partito negli ultimi sei mesi sono strettamente dipendenti dai comportamenti e dalle pigrizie delle persone che lo hanno diretto, piuttosto che dalla mancata riuscita di un progetto che nel corso dei mesi ha raccolto sempre – diciamolo – molti più consensi di quelli che probabilmente avrebbe meritato. Allo stesso modo, un’altra offesa alla ragione e alla verità sarebbe usare Veltroni come un parafulmine, addebitando sul suo conto tutti i fallimenti di questi mesi. Le responsabilità della catastrofe sono multiple, collettive e partono da lontano, e quando si arriva a un tale punto di miseria e irrisolutezza si è al capolinea. Si scende, tutti.

La vecchia stagione
Un giorno, forse, ricorderemo questo 2009 come l’anno in cui trovò conclusione la stagione dei quarantenni di Berlinguer, rimasti al vertice della sinistra italiana per vent’anni cambiando quattro partiti e finendo travolti dalla marea berlusconiana. O forse no. Forse nemmeno questo sarà l’ultimo atto, forse siamo attesi da un altro capitolo della storia, cioè da quella segreteria Bersani che nasce nel peggiore dei modi e porta con sé tutti i vizi di chi lo ha preceduto. Lo spirito corporativo, nel suo arrivare solo oggi e non due anni fa, ché è importante aspettare il proprio turno; i trucchetti melliflui, nel suo essere stata preceduta da decine di dichiarazioni al vetriolo; la dipendenza dai soliti leader vecchi e logori, nel suo essere stata benedetta dallo stesso D’Alema che l’aveva stoppata un anno e mezzo fa; la totale mancanza di coraggio, nel preferire trascinare il partito al prevedibile tracollo delle europee piuttosto che prendersi subito la responsabilità della guida; la clamorosa miopia, nell’endorsement a candidati locali come quel Michele Ventura a cui Matteo Renzi le ha suonate a Firenze. Difficile che da queste premesse possa davvero nascere qualcosa di nuovo e di buono.

Un uomo nuovo
I sondaggi non sono termometri affidabili, meno che mai quelli online. Però qualcosa dicono. E oggi non si limitano a dire che nonostante il momento di enorme delusione e sconforto Pierluigi Bersani non scalda minimamente i cuori dei democratici. Oggi i sondaggi ci dicono che in testa alle preferenze degli elettori c’è uno qualsiasi, purché non sia uno di loro, uno della vecchia stagione. Chiunque ma non loro. Nel sondaggio di Repubblica l’opzione “Un uomo nuovo” è in testa, davanti a Bersani e a tutti gli altri; nel sondaggio dell’Espresso è in testa il trentenne consigliere regionale lombardo Giuseppe Civati – per l’appunto, un uomo nuovo – seguito da “Nessuno di questi“. Bersani arranca, come Soru, la Finocchiaro e gli altri. Difficilmente il messaggio potrebbe essere più chiaro di così: capolinea, si scende. Tutti.

Highlander
Invece, salvo sorprese, sabato mattina l’assemblea costituente eleggerà segretario Dario Franceschini col solito voto flash per alzata di mano. Franceschini traghetterà il partito attraverso il disastro alle europee per permettere così a Cuordileone Bersani di raccoglierlo esanime e farsi acclamare segretario per disperazione, alle primarie di ottobre. Ancora una volta un segretario appoggiato da tutti, ancora una volta un segretario espressione dei centristi e dei socialisti, dei liberal e dei popolari. Il tutto per costruire un partito che possa allearsi con le macerie della sinistra e magari anche col grande centro. Si rischia veramente di rimpiangere Veltroni. E poi, se questo dev’essere l’orizzonte, perché allora non richiamare in servizio direttamente Romano Prodi?

Domani è tardi
Le dimissioni di Veltroni hanno almeno avuto il merito di sparigliare il gioco, ed è in momenti come questi che si celano spazi, opportunità e vuoti da riempire. Se c’è una nuova classe dirigente, se ci sono dentro il partito delle persone tra i trenta e i quarant’anni pronte a prendersi la responsabilità di guidare il Pd, che escano allo scoperto. Lo facciano ora: domani è tardi. Sfidino apertamente l’attuale coordinamento del partito – che è rimasto tutto sfacciatamente in sella, in barba alle dimissioni del segretario che l’ha nominato – e si propongano come alternativa concreta e praticabile. Raccoglierebbero senza grandi difficoltà il consenso degli iscritti e degli elettori. Non c’è da avere paura, perché tutto quello che c’era da perdere – tonnellate di nuovi elettori, la credibilità, la fiducia – è stato perso. C’è solo da cambiare il motore, darsi una sostanziale risistemata e ripartire. Non prima di aver fatto scendere tutti gli altri, però: è il capolinea.

(per Giornalettismo)